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Lavoro (20)

 

1) Con il primo motivo si denuncia violazione artt. 1418 cc per aver la Corte ritenuto il patto legittimo e non violativo dell'art. 2118 e dei diritti indisponibili del lavoratore. Rileva che l'art. 2118 citato rinviando alla contrattazione collettiva la fissazione della durata del preavviso rendeva inderogabile in peius la previsione contrattuale collettiva e che una diversa durata incideva su diritti indisponibili del lavoratore.
2) Con il secondo motivo si denuncia violazione dell'art. 56, 1 comma, del CCNL dipendenti da aziende di credito. Si censura l'affermazione della Corte secondo cui l'art. 63, 1 comma, del CCNL di settore non si riferiva soltanto al caso della pattuizione di una diversa e più lunga durata del preavviso a seguito della presentazione delle dimissioni e ciò in violazione dell'interpretazione basata sul significato letterale della norma.
3) Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 1322, 1382 e 1384 cc censurandosi la sentenza per non avere la Corte ritenuto che le parti, nel disciplinare i loro reciproci interessi, non si ponevano su un piano di parità e per non avere la banca dimostrato quale fosse il suo interesse all'adempimento della prestazione al momento della sottoscrizione del patto di prolungamento del preavviso nel luglio 2000 tale da giustificare una penale pari a 27 volte il suo corrispettivo, manifestamente eccessiva.
I motivi, congiuntamente esaminati stante la loro connessione, sono infondati.
La questione è stata già esaminata più volte da questa Corte e da ultimo con sentenza n. 4991/2015 in relazione ad altro dipendente del medesimo istituto di credito. In particolare si è evidenziato che:
1) sul piano delle fonti disciplinatrici del preavviso e del relativo contenuto l'art. 2118 cc. prevede che "ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità".
2) L'art. 98 att. cc. prevede poi che "nei rapporti d'impiego inerenti all'esercizio dell'impresa, in mancanza di norme corporative o di usi più favorevoli, per quanto concerne... la durata del periodo di preavviso (Cod. Civ. 2118), si applicano le corrispondenti norme del Regio decreto legge 13 novembre 1924, n. 1825, convertito nella legge 18 marzo 1926, n. 562", norme che prevedono in due mesi la durata del preavviso.
In tema, poi, il c.c.n.l. per i dipendenti delle aziende di credito del 31.8.55, reso efficace erga omnes con d.P.R. n. 934/62, prevede un preavviso di un mese, "salvo che intervenga tra il lavoratore e l'azienda un accordo per abbreviare o prolungare il termine".
L'art. 63 del CCNL del settore attribuisce alle parti la facoltà di stabilire in caso di dimissioni un termine di preavviso diverso da quello di un mese. Infine, il contratto stipulato dalle parti prevede un termine di preavviso superiore di 12 mesi al termine della contrattazione collettiva.
3) La sentenza impugnata, con interpretazione corretta e coerente con il dato letterale delle disposizioni in esame, ha ritenuto che il nucleo di inderogabilità della norma codicistica riguardasse solo l'obbligatorietà del preavviso e non anche la sua durata, la cui disciplina è stata rimessa alle fonti subordinate il che consente di escludere la possibilità di ravvisare un contrasto del patto individuale sanzionabile ex art. 2077 cc..
4) Una volta ammessa la disciplina da parte della contrattazione collettiva della durata del preavviso, non può che affermarsi la legittimità della disciplina individuale alla quale la contrattazione collettiva (come nella specie) fa rinvio per la regolamentazione della durata del preavviso.
5) Va peraltro rilevato che, anche a prescindere dal rinvio contenuto nella disciplina collettiva, questa Corte ha da tempo risolto in senso positivo in ogni caso il problema della legittimità delle pattuizioni individuali volte a regolamentare il preavviso, affermando (Sez. L, Sentenza n. 3741 del 09/06/1981) che, nel rapporto di lavoro dipendente, il preavviso si pone come condizione di liceità del recesso, la cui inosservanza è sanzionata dall'obbligo di corrispondere da parte del recedente una indennità sostitutiva; pertanto esso non può essere preventivamente escluso dalla volontà delle parti, né essere limitato nella sua durata rispetto a quello fissato dalla contrattazione collettiva; è lecito invece, mediante accordo individuale, pattuirne una maggior durata giacché tale pattuizione può giovare al datore di lavoro, come avviene nel caso in cui non è agevole la sostituzione del lavoratore recedente, ed è sicuramente favorevole a quest'ultimo che resta avvantaggiato dal computo dell'intero periodo agli effetti della indennità di anzianità, dei miglioramenti retributivi e di carriera e dal regime di tutela della salute, (v. pure Cass. n. 5929/79). Nel medesimo senso si è ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 18547 del 20/08/2009; Sez. L, Sentenza n. 17817 del 07/09/2005) che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell'ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, e che non contrasta pertanto con alcuna norma o principio dell'ordinamento giuridico la clausola con cui si prevedano limiti all'esercizio di detta facoltà, stabilendosi a carico del lavoratore un obbligo risarcitorio per l'ipotesi di dimissioni anticipate rispetto ad un periodo di durata minima (nella fattispecie, il contratto era stato stipulato per l'assunzione di un pilota presso una compagnia aerea che si assumeva i costi dell'addestramento per il conseguimento dell'abilitazione a condurre un dato tipo di aeromobile); inoltre, la medesima clausola non rientra neppure in alcuna delle ipotesi di cui al secondo comma dell'art. 1341 cod. civ., per le quali è richiesta l'approvazione specifica per iscritto.
Il principio è stato ribadito ancor più di recente (Sez. L, Sentenza n. 17010 del 25/07/2014) essendosi affermato che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell'ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, che comporti, fuori dell'ipotesi di giusta causa di recesso di cui all'art. 2119 cod. civ., il risarcimento del danno a favore della parte non recedente, conseguente al mancato rispetto del periodo minimo di durata del rapporto; né può prospettarsi, in relazione alle clausole pattizie che regolano l'esercizio della facoltà di recesso dal rapporto di lavoro subordinato, una limitazione della libertà contrattuale del lavoratore, in violazione della tutela assicurata dai principi dell'ordinamento.
6) Alla luce di tale ricostruzione, può dirsi che l'ordinamento rimette alle parti sociali ovvero alle stesse parti del rapporto la facoltà di disciplinare la durata del preavviso in relazione alle proprie valutazioni di convenienza, rendendo essenzialmente le parti arbitre del giudizio di maggior favore della disciplina concordata.
7) Nel descritto contesto, la durata legale o contrattuale del preavviso è dunque derogabile dall'autonomia individuale in relazione a finalità meritevoli di tutela da parte dell'ordinamento giuridico, quale quella per il datore di garantirsi nel tempo la collaborazione di un lavoratore particolarmente qualificato, sottraendo lo alle lusinghe della concorrenza, mediante l'attribuzione al dipendente di ulteriori benefici economici e di carriera in funzione corrispettiva del vincolo assunto dal dipendente circa la limitazione della facoltà di recesso ancorandone l'esercizio ad un più lungo periodo di preavviso.
8) La pattuizione individuale di una più ampia durata del preavviso a fronte di vantaggi per il lavoratore (nel caso, la corresponsione di un assegno ad personam di 300.000 lire lorde per tredici mensilità) è dunque legittima, essendosi già affermato in sede di legittimità (Sez. L, Sentenza n. 23235 del 03/11/2009) il principio, che qui va ribadito, secondo il quale, in materia di recesso dal rapporto di lavoro, è valida la clausola del contratto individuale che preveda un termine di preavviso per le dimissioni più lungo rispetto a quello stabilito per il licenziamento, ove tale facoltà di deroga sia prevista dal contratto collettivo ed il lavoratore riceva, quale corrispettivo per il maggior termine, un compenso in denaro (la sentenza ha escluso altresì che tale accordo si ponga in contrasto con l'art. 1750 cod. civ., di cui va esclusa l'applicazione, attesa l'impossibilità di ravvisare una analogia fra il contratto di lavoro subordinato e quello d'agenzia, nel quale il lavoratore autonomo sopporta il rischio economico).
Quanto al secondo motivo l'interpretazione letterale accolta dalla Corte non risulta censurata in modo tale da evidenziarne vizi logici e, dunque, la pretesa del ricorrente di limitare la possibilità di modificare la durata del preavviso solo dopo che il lavoratore abbia già dato le sue dimissioni non trova alcun fondamento nella disposizione.
Deve infatti ribadirsi (ex plurimis Cass. 7 giugno 2011, n. 12297, Cass n 27 marzo 2013 n 14642) che, qualora il giudice di merito abbia ritenuto il senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato con la ratio complessiva d'una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza ed univocità la comune volontà degli stessi, così che non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l'intento effettivo dei contraenti, detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta anche senza che si sia fatto ricorso ai criteri sussidiar! dell'interpretazione negoziale.
Quanto al terzo motivo deve rilevarsi che la Corte territoriale ha precisato che solo nelle note il ricorrente aveva evidenziato la sperequazione delle reciproche obbligazioni e l'intrinseca eccessiva onerosità del patto, "la minorazione psicologica in cui si trovava il lavoratore"; l'assimibilità alla penale con richiesta di riduzione dell'indennità sostitutiva del preavviso per eccessività. La Corte territoriale ha dunque evidenziato la novità delle suddette questioni ma su questo aspetto della decisione della Corte d'appello di Napoli il ricorrente non ha formulato alcuna censura.
Deve, comunque, rilevarsi che la pretesa di applicare la disciplina della clausola penale è priva di fondamento in quanto nella scrittura intercorsa tra le parti non vi è alcun cenno ad una penale commisurata all'indennità sostitutiva del preavviso.
Deve, altresì, escludersi che l'indennità di preavviso abbia natura risarcitoria da inadempimento contrattuale, e non invece indennitaria. Il preavviso ha la funzione economica di attenuare le conseguenze dell'improvvisa interruzione del rapporto per chi subisce il recesso. Alla stessa funzione va ricondotta l'indennità sostitutiva prevista per il caso di violazione del suddetto obbligo, onde la funzione di tale erogazione non è risarcitoria di un danno certo, ma indennitaria, ossia di rimedio contro la semplice eventualità di mancato reperimento di una nuova occupazione e di tutela della parte che subisce l'iniziativa dell'altra di porre fine al rapporto, attenuando le conseguenze della sua improvvisa interruzione. (cfr sulla natura indennitaria Cass SSUU n 7914/1994; n 11137/2004;n 24776/2013) Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 21 maggio – 6 agosto 2015, n. 16527

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19-08-2015 10:54
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Renato-NibbioLe tematiche legate alla carcerazione, o più specificatamente alla vita carceraria, presentano innumerevoli sfaccettature alle quali ci si accosta con visioni, spesso, antitetiche.

A dire il vero, sulle problematiche carcerarie c’è un’intensa attività dottrinale e pubblicistica [1] che rimane, però e non per scelta degli autori, circoscritta nell’ambito degli addetti ai lavori. E ciò nonostante gli sforzi per un sempre maggiore coinvolgimento della c.d. “società civile” anche con iniziative accattivanti che tendono a riconciliare la figura del detenuto con il “normale” contesto socio-culturale [2], affrancandolo dal marchio indelebile che porterà per tutta la sua esistenza, e che spesso “pregiudicherà” anche l’immagine, meglio la vita, dei propri congiunti.

Familiari che spesso verranno visti con sospetto, posto l’assioma che “il sangue non è acqua” e che la propensione a delinquere è spesso conseguenza del contesto ambientale. <continua a leggere>

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01-12-2014 20:01
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A protestare ci sono più di 200 candidati che hanno partecipato al concorso intonando cori: “Marino, non scherzare col nostro destino”. Su un altro striscione, la scritta: ‘La Costituzione non è un’opinione, art. 1 e 97: avanti con il concorsone’

 

manifestPer mille motivi ilconcorso deve saltare, per altri mille non può saltare. In mezzo ci sono migliaia di persone. Che questa mattina sono scese in piazza. ‘Non è il concorso ad essere truccato ma la nostra generazione ad essere truffata’, si legge su un cartello, mentre su uno striscione campeggia la scritta ‘Raccomandati a nostra insaputa’. ‘Protesta delle buste’ a piazza Santi Apostoli a Roma contro il rischio annullamento per il maxi concorso indetto dal Comune di Roma nel 2010.

E si spengono tra lo sventolio di simboliche buste bianche e bandiere, il sogno e le speranze di tanti giovani alla ricerca di una occupazione più stabile. Torna lo slogan gridato dalla folla: "Marino, Marino, non scherzare con il nostro destino"

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18-11-2013 20:32
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giovani lavoro disoccupazione2Si rincorrono gli allarmi per la disoccupazione in aumento.

Ma quello alla piena occupazione non è un diritto pieno dei cittadini.

E' piuttosto un diritto tendenziale, condizionato alla congiuntura economica interna ed internazionale.

Gli stessi costituenti richiedono alla Repubblica (art. 4, comma1) di "promuovere le condizioni che rendano effettivo" il diritto al lavoro di tutti i cittadini, così implicitamente riconoscendone il "condizionamento".

Quel che non è condizionato è il diritto, di tutti i cittadini, a che le istituzioni si "sforzino" di realizzare la piena occupazione, quand'anche poi il risultato concreto non sia appagante.

Se non c'è sforzo pubblico, la Costituzione è violata.

Così come è violata laddove, da parte di ciascun cittadino, non si adempia al "dovere di svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale" del nostro Paese (art. 4, comma 2).

Obbligo di deciso sforzo da un lato; obbligo di convinta operosità dall'altro. 

Entrambi - da tempo - disarcionati da italica cultura e azione ...

Fonte: Ansa

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/08/30/ISTAT-Disoccupazione-luglio-resta-12-giovani-tocca-39-5-_9218846.html

 

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30-08-2013 11:58
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Per uno che va, tanti che restano.

Chi si ritira dalla lotta, dicevano un tempo....

Specie se la lotta è per la crescita del proprio Paese.

E se coinvolge tante altre persone-lavoratori (quelle dell'art. 3 comma 2, Cost.).

Abbiamo un Ministro che non si intende solo di statistica.

Magari non si intende di lavoro, ma ci si impegna.

A suon di dichiarazioni sagge e convincenti.

Oltre che sommamente patriottiche....

Fonte ANSA

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/07/31/Fiat-Giovannini-sono-accordo-Marchionne_9099193.html

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31-07-2013 15:36
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MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

meridione d italia.jpgDECRETO 6 marzo 2013 

Istituzione di un regime di aiuto finalizzato a promuovere la nascita di nuove imprese nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. (13A05022)(GU Serie Generale n.134 del 10-6-2013)

 

 

Il provvedimento consta di

01 articoli

00 Allegati

Esso è temporaneamente leggibile per esteso alla seguente pagina web:

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2013-06-10&atto.codiceRedazionale=13A05022&elenco30giorni=true

L’Associazione è a disposizioneper chiarire ai cittadini interessatieventuali passaggi poco comprensibilia chi non ègiuristadi professione.

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15-06-2013 09:01
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Non è questa la via per il Paradiso.

E stavolta non è il Santo Padre a parlare.

E' l'ILO, l'Organizzazione Internazioale sul Lavoro.

Il problema non è mandare a casa gli anziani per far posto ai giovani.

E' far lavorare gli anziani fino all'età della pensione ed occupare i giovani.

Come?

Chiediamolo a chi deve fare sviluppo economico.

E lasciamo le staffette agli atleti.

Olimpici e non...

fonte ANSA

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/06/03/Lavoro-Ilo-staffetta-generazionale_8809614.html

 

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03-06-2013 13:14
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papafrancescolavoroSiamo una Repubblica "fondata" sul lavoro (art. 1 Cost).

Il che non vuol dire soltanto che si ha diritto ad un lavoro.

Nè, soltanto, che il lavoro è un dovere, dovendosi tutti concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4 Cost.).

C'è molto di più, in quel "fondata sul lavoro".

La nostra è una Repubblica che non si fonda sul denaro o sul potere.

Nè sulla furbizia o la sopraffazione.

La nostra è una Repubblica che "poggia" solo sul lavoro.

Quale fonte inestinguibile di "pari dignità sociale" (art. 3 Cost.).

Il Santo Padre lo ha rammentato autorevolmente.

Ma occorrerebbe anche rileggere, ogni tanto, la nostra Carta fondamentale...

Fonte ANSA

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/01/Papa-societa-ingiusta-quella-che-da-lavoro_8638460.html

 

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02-05-2013 10:10
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1-maggio-roma-2Nel giorno della Festa dei Lavoratori, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio per ribadire che la giornata di oggi "non è solo la festa dei lavoratori, ma anche, e più che mai, il giorno dell’impegno per il lavoro”.

Nel giorno della Festa dei Lavoratori, Papa Francesco all'Udienza Generale, si è rivolto ai politici affinché facciano “ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione, per la dignità della persona”. E nell'omelia della Messa celebrata al mattino ha definito la società  "ingiusta se non offre a tutti un lavoro o sfrutta i lavoratori”.

Nel giorno della Festa dei Lavoratori, ci sono migliaia di persone, come ogni anno, riunite in Piazza per il tradizionale concertone, forse per la musica, forse per (non) pensare al lavoro, forse perché il concerto del primo maggio ultimamente con il lavoro non ha più niente a che fare.

 

Fonte: Online News

PRIMO MAGGIO/NAPOLITANO: Pensare al lavoro che non c'è

PRIMO MAGGIO/PAPA FRANCESCO: Società ingiusta quella che non dà lavoro

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01-05-2013 17:18
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Preliminarmente, i ricorsi vanno riuniti, ai sensi dell'art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la stessa sentenza.

Con il primo motivo del ricorso principale si deduce violazione ed errata applicazione degli artt. 2697 c.c. e 5 della legge n. 604/1966, 2119 c.c. e 115 e 116 c.p.c., per inadeguata, illogica e contraddittoria vantazione delle prove in relazione all'accertamento della sussistenza dei fatti contestati al ricorrente in data 22 marzo 2000 ed alla base del licenziamento di cui alla nota aziendale del 5 aprile 2000; in ogni caso, omessa, insufficiente inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo (art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c.).

Si assume che la Corte territoriale ha posto a sostegno della propria decisione una motivazione che non trova riscontro alcuno nelle prove testimoniali raccolte - peraltro inesattamente richiamate - e si è tradotta in un grave travisamento dei fatti.

Con il secondo motivo viene dedotta violazione ed errata applicazione dell'art. 4 Cost., degli artt. 1175, 1375, 2104 e 2119 c.c., 5 L. n. 604/1966 e 115 e 116 c.p.c. per inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove in relazione all'accertamento della proporzionalità tra il licenziamento irrogato al P. il 4 aprile 2000 ed i fatti contestati nella nota del 22 marzo 2000 nonché, in ogni caso, omessa, insufficiente, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo (art. 360 co. 3, 4 e 5 c.p.c.) per avere la Corte di appello del tutto omesso qualsiasi apprezzamento e dell'elemento intenzionale nella condotta addebitata al dipendente e della effettiva gravità della stessa in relazione alle mansioni svolte.

Con il terzo motivo si deduce violazione ed errata applicazione degli arti 2697, 2104 e 2106 c.c. e 115 e 116 c.p.c. per inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove agli atti di causa in relazione all'accertamento della sussistenza dei fatti contestati al P. con nota del 19 maggio 1998, nonché alla conseguente illegittimità della successiva sanzione disciplinare di cui alla nota aziendale del 22 maggio 1998 e, in ogni caso, omessa insufficiente, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo.

Si evidenzia che la Corte di merito aveva ritenuto provato l'addebito mosso al P. sulla scorta della deposizione della teste B. laddove la stessa aveva dichiarato di non poter riferire nulla in merito all'episodio di cui alla lettera di contestazione in quanto nell'anno 1998 non lavorava nel Centro Agro Aversano.

Con il quarto motivo si deduce violazione ed errata applicazione delle norme di legge richiamate ai motivi 1^ e 2^ anche in relazione al rigetto, da parte del giudice del gravame, dell'appello incidentale e/o, comunque, in ordine al mancato accoglimento integrale delle originarie domande del P. di cui al ricorso introduttivo del giudizio nonché, in ogni caso, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo.

Premesso che la Corte di merito non ha pronunciato in merito all'appello incidentale - inteso a censurare la sentenza di primo grado nella parte in cui non aveva riconosciuto il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale derivati al P. a seguito del licenziamento illegittimo - avendolo ritenuto assorbito dall'accoglimento dell'appello principale proposto dal Centro Agro Aversano, viene riproposto detto appello incidentale chiedendo che, qualora venga cassata l'impugnata sentenza, il giudice di rinvio valuti nuovamente anche la predetta domanda di risarcimento del danno non patrimoniale avanzata dal ricorrente.

Il primo motivo è fondato.

Vale ricordare che nei licenziamenti per motivi disciplinari l'accertamento dei fatti addebitati al lavoratore - che ne sono addotti a motivazione - nonché il giudizio di gravità e di proporzionalità dei fatti medesimi, rispetto al licenziamento (come ad ogni altra sanzione) disciplinare, sono riservati al giudice di merito - secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. tra le molte: Cass. n. 25144 del 13/12/2010, n. 21412 del 05/10/2006, n. 5013 del 11/03/2004, n. 16898 del 28/11/2002) - e, come tali, sono sindacabili, in sede di legittimità, soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione.

Inoltre, nel giudizio di legittimità, il ricorrente che deduca l'omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata per mancata od erronea valutazione di alcune risultanze probatorie ha l'onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di specificare, trascrivendole integralmente, le prove non o mal valutate, nonché di indicare le ragioni del carattere decisivo delle stesse. Il mancato esame di un'istanza istruttoria può dar luogo al vizio di omessa o insufficiente motivazione solo se le risultanze processuali non o mal valutate siano tali da invalidare l'efficacia probatoria delle altre sulle quali il convincimento si è formato, onde la "ratio decidendi" venga a trovarsi priva di base. (cfr. tra le varie: Cass. n. 19051 del 29/09/2005; Cass. n. 3004 del 17/02/2004). Orbene, nel caso in esame ricorre il denunciato vizio.

Osserva il Collegio che l'iter logico seguito nella impugnata sentenza per giungere a ritenere provato l'addebito a carico del P. risulta del tutto inadeguato, fondato su un generico richiamo alle deposizioni dei testi T. e D.G. e non su un esame rigoroso delle medesime.

Ed infatti, non è dato comprendere come sulla scorta delle dichiarazioni rese dai predetti testi la Corte di merito abbia ritenuto confermati gli addebiti mossi al P. il 22 marzo 2000 e cioè: "in data odierna Lei chiedeva di parlare con il responsabile legale della struttura "dott. M.C. "; ricevuto nello studio medico, chiedeva di modificare il proprio orario di lavoro. Al diniego ricevuto si alterava profferendo parole ingiuriose e minacce. Invitato ad avere un comportamento più idoneo alla struttura proseguiva nel suo comportamento e pertanto veniva invitato ad allontanarsi dal centro.

È il caso di riportare il contenuto delle deposizioni in questione. Più specificamente, il T. aveva dichiarato di ricordare che nel marzo 2000 "..un signore, di cui non conosco il nome, iniziò ad urlare contro il ricorrente proferendo le seguenti parole io ti licenzio e di mando via.

Chiesi dunque al P. che cosa era accaduto e lui mi disse, che aveva chiesto un cambio di turno e pertanto era stato redarguito in quel modo. Ricordo che il ricorrente non rispose nulla...". Il D.G. , a sua volta, aveva riferito: "... ascoltai una discussione in cui il ricorrente chiedeva un cambio di turno ed evidenziava che aveva interpellato un collega che lo sostituisse. Il M. rispose con delle frasi tipo sei sempre tu, dai fastidio.... Te ne posso mandare ma non so a cosa potesse riferirsi in quanto ascoltavo dall'esterno. ADR: La porta dell'ufficio del M. era socchiusa. All'improvviso il dott. M. uscì dalla porta dell'ufficio urlando: Mi vuole picchiare, mi vuole mettere le mani addosso..... Poco dopo uscì il P. ....non ricordo che fosse agitato. ADR: non ricordo di aver ascoltato frasi ingiuriose profferite dal P. nei confronti del M. . Non mi risulta che il P. abbia minacciato il M. ".

Tale essendo il contenuto delle deposizioni dei testi T. e D.G. si impone una nuova valutazione delle stesse e del restante materiale probatorio da parte del giudice del merito e della loro idoneità a provare l'addebito mosso al P. .

La decisività di tali elementi istruttori ai fini del decidere è, peraltro, evidente visto che solo sulla scorta delle due riportate testimonianze poggia l'impugnata decisione laddove afferma che il datore di lavoro aveva assolto all'onere, su di lui incombente, di provare la giusta causa del licenziamento.

Parimenti fondato è il secondo motivo di ricorso.

Va ricordato che la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell'elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all'intensità del profilo intenzionale, dall'altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell'elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare (cfr. tra le più recenti: Cass. n. 15654 del 18/09/2012, n. 6498 del 26/04/2012).

Ebbene, il giudice del gravame non ha fatto corretta applicazione di tali principi in quanto il giudizio di proporzionalità nella impugnata sentenza risulta essere stato formulato in modo generico - senza uno specifico riferimento all'addebito contestato che, peraltro, in sentenza viene ritenuto "banale" - ed argomentando in merito ad un clima di "sfiducia reciproca" che sarebbe emerso anche dalle due sanzioni disciplinari che avevano preceduto il licenziamento (sanzioni di cui una era stata anche ritenuta illegittima).

Fondato e da accogliere è anche il terzo motivo.

Il giudice del gravame ha ritenuto provati i fatti contestati al P. con nota del 22 maggio 1998 solo dalla deposizione del teste B. . Ebbene, come è dato rilevare dalle dichiarazioni della teste riportate in ricorso, la stessa ebbe a riferire che nel 1998 non aveva lavorato presso il centro Agro Aversano e, quindi, nulla poteva dire in merito ai fatti accaduti in quel periodo.

Anche, qui, dunque, valgano le considerazioni sopra esposte in ordine al primo motivo circa il vizio di motivazione della sentenza impugnata che, all'evidenza, risulta fondata su una errata e non aderente valutazione delle risultanze probatorie individuate come decisive per la decisione.

Il quarto motivo di ricorso risulta essere assorbito dall'accoglimento dei primi tre.

Passando all'esame del ricorso incidentale si osserva che con il primo motivo viene dedotta violazione e/o falsa applicazione dell'art. 7 comma 2^ L. 20.5.1970 n. 300 in relazione alla ritenuta illegittimità della sanzione disciplinare della "sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per 10 giorni" irrogata al P. in data 20.4.1999.

Si assume che la Corte di merito erroneamente avrebbe ritenuto generica la contestazione dell'addebito al dipendente, fermandosi a valutare il "mero tenore letterale della stessa", senza considerare le articolate giustificazioni addotte dallo stesso a seguito di detta contestazione (riportate integralmente in ricorso) che, invece, dimostravano come il contenuto della stessa fosse stato sufficientemente "specifico".

Tale censura viene proposta, nel secondo motivo, anche sotto il profilo del vizio di motivazione.

I motivi, da esaminare congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono fondati.

La previa contestazione dell'addebito, necessaria in funzione dei licenziamenti qualificabili come disciplinari, ha lo scopo di consentire al lavoratore l'immediata difesa e deve conseguentemente rivestire il carattere della specificità, che è integrato quando sono fornite le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari o comunque comportamenti in violazione dei doveri di cui agli artt. 2104 e 2105 cod. civ. (Cass. n. 5115 del 03/03/2010; Cass. n. 7546 del 30/03/2006; Cass. n. 11045 del 10/06/2004). È stato anche precisato che perché sia integrata la violazione della garanzia posta dall'art. 7 dello Statuto dei lavoratori è necessario che si sia verificata una concreta lesione del diritto di difesa del lavoratore (Cass. n. 8303 del 21/04/2005).

Orbene, nel caso in esame, la Corte di merito nel valutare la specificità della missiva di contestazione del 18 marzo 1999 e della sua idoneità a porre il lavoratore in condizioni di comprendere la portata dell'addebito e di poter, quindi, esplicare pienamente il proprio diritto di difesa non ha fatto corretta applicazione di detti principi.

Nella motivazione della sentenza impugnata è stato, infatti, del tutto omesso l'esame della missiva di risposta inoltrata dal P. contenente una dettagliata ricostruzione dei fatti di cui alla contestazione, esame necessario per verificare se, in concreto, la contestazione così come formulata rispondeva al requisito di specificità inteso nei termini sopra precisati.

Così operando la Corte di merito ha anche omesso di fornire una risposta congrua e motivata sulla sussistenza dei fatti di cui alla contestazione disciplinare e sulla loro configurabilità come illecito disciplinare.

Pertanto, vanno accolti tanto il ricorso principale che quello incidentale e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, perché proceda al completo riesame della controversia sulla base delle risultanze processuali acquisite, attenendosi ai principi di diritto summenzionati e dando, poi, corretta motivazione al conseguente "decisum".

Il Giudice del rinvio provvederà, altresì, in ordine alle spese del giudizio di Cassazione

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11-04-2013 08:48
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