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Per gli interessati, pubblichiamo sotto il parere del Consiglio di Stato sulle UNIONI CIVILI.

Sarà possibile leggerne il percorso argomentativo al fine di valutare se condividerlo o meno.

 

Consiglio di Stato, sez. Consultiva per gli Atti Normativi, parere 21 luglio 2016, n. 1695
Presidente Frattini – Estensore Carlotti

Premesso:

1.) Con nota, prot. n. 7105, dell’8 luglio 2016, il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DAGL) ha trasmesso a questo Consiglio lo schema di decreto in oggetto. Con tale decreto è data attuazione al comma 34 dell’articolo 1 della legge 20 maggio 2016, n. 76 (d’ora in poi anche: legge), là dove si prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'interno, da adottare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, ossia entro il 5 luglio 2016, siano stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a).
2.) Insieme al testo dell’articolato il DAGL ha successivamente inviato anche la relazione ministeriale, la relazione sull’analisi di impatto della regolamentazione (AIR) e la relazione tecnico-normativa (ATN).
3.) Lo schema si compone di 10 articoli, il cui contenuto è di seguito illustrato.
L'articolo 1 (Richiesta di costituzione dell’unione civile) disciplina la fase della presentazione delle richieste delle parti all'ufficiale dello stato civile.
Il comma 1 stabilisce che, al fine di costituire un'unione civile ai sensi della legge, due persone maggiorenni dello stesso sesso fanno congiuntamente richiesta all'ufficiale dello stato civile.
Il comma 2 specifica che nella richiesta, per ciascuna parte, devono essere dichiarati: il nome e il cognome, la data e il luogo di nascita, la cittadinanza, il luogo di residenza e l'insussistenza delle cause impeditive alla costituzione dell'unione di cui all'articolo 1, comma 4, della legge.
Il comma 3 stabilisce che l'ufficiale dello stato civile, verificati i presupposti di cui al comma 1, redige immediatamente processo verbale della richiesta, e lo sottoscrive unitamente alle parti, che invita, dandone conto nel verbale, a comparire di fronte a sé in una data, indicata dalle parti, immediatamente successiva al termine di cui all'articolo 2, per rendere congiuntamente la dichiarazione costitutiva dell'unione.
Il comma 4 prevede che se una delle parti, per infermità o altro comprovato impedimento, sia nell'impossibilità di recarsi alla casa comunale, l'ufficiale si trasferisce nel luogo in cui si trova la parte impedita e riceve la richiesta, ivi presentata congiuntamente da entrambe le parti.
L'articolo 2 (Verifiche) disciplina le verifiche che l'ufficio dello stato civile deve compiere a seguito del ricevimento della richiesta disciplinata nell'articolo 1.
Il comma 1 prescrive che, entro quindici giorni dalla presentazione della richiesta, l'ufficiale verifichi l'esattezza delle dichiarazioni rese nella stessa e possa acquisire d'ufficio eventuali documenti che ritenga necessari per provare l'inesistenza delle cause impeditive.
Il comma 2 stabilisce che, ai fini di cui al comma 1, l'ufficiale adotti ogni misura per il sollecito svolgimento dell'istruttoria e che possa chiedere la rettifica di dichiarazioni erronee o incomplete nonché l'esibizione di documenti.
Il comma 3 dispone che, se sia accertata l'insussistenza dei presupposti o la sussistenza di una causa impeditiva, l'ufficiale ne dia a ciascuna delle parti immediata comunicazione.
L'articolo 3 (Costituzione dell’unione e registrazione degli atti nell’archivio dello stato civile) disciplina la costituzione dell'unione e la registrazione dei relativi atti nell'archivio dello stato civile, adempimento cui l'ufficiale è chiamato a provvedere in virtù dell'articolo 1, comma 3, della legge.
Il comma 1 stabilisce che le parti, nel giorno indicato nell'invito, rendono personalmente e congiuntamente, alla presenza di due testimoni, avanti all'ufficiale dello stato civile del comune ove è stata presentata la richiesta, la dichiarazione di voler costituire un'unione civile, confermando l'assenza di cause impeditive della costituzione dell'unione.
Il comma 2 prescrive che l'ufficiale, ricevuta tale dichiarazione, fatta menzione del contenuto dei commi 11 e 12 dell'articolo 1 della legge, relativi ai diritti e ai doveri che le parti assumono con la costituzione dell'unione civile rediga apposito processo verbale, sottoscritto unitamente alle parti e ai testimoni, allegando il verbale della richiesta.
Il comma 3 prevede che la registrazione degli atti dell'unione civile, costituita ai sensi del comma precedente, sia eseguita mediante iscrizione nel registro provvisorio delle unioni civili di cui all'art. 9, ferme restando le successive annotazioni negli atti di nascita. Nel comma in esame è altresì prescritto che, al fine dell'annotazione, l'ufficiale che ha redatto il verbale lo trasmetta immediatamente al comune di nascita di ciascuna delle parti, conservandone l'originale nei propri archivi, unitamente al verbale della richiesta.
Il comma 4 prevede che nella dichiarazione costitutiva dell'unione le parti possano rendere la dichiarazione di scelta del regime patrimoniale della separazione dei beni ai sensi dell'articolo 1, comma 13, della legge.
Il comma 5 equipara a rinuncia la mancata comparizione, senza giustificato motivo, di una o di entrambe le parti nel giorno indicato nell'invito, e stabilisce che di tale mancanza l'ufficiale rediga processo verbale, sottoscritto anche dalla parte e dai testimoni ove presenti, archiviandolo unitamente al verbale nel registro provvisorio.
Il comma 6 dispone che se una delle parti, per infermità o per altro comprovato impedimento, sia nell'impossibilità di recarsi alla casa comunale, l'ufficiale debba trasferirsi nel luogo in cui si trovi la parte impedita e, alla presenza di quattro testimoni, ivi riceva la dichiarazione costitutiva dell’unione.
Il comma 7, infine, prevede che nel caso di imminente pericolo di vita di una delle parti, l'ufficiale dello stato civile riceva la dichiarazione costitutiva anche in assenza di richiesta, previo giuramento delle parti stesse sulla sussistenza dei presupposti per la costituzione dell'unione e sull'assenza di cause impeditive di cui all'articolo 1, comma 4, della legge.
L'articolo 4 (Scelta del cognome comune) disciplina la scelta del cognome comune, prevista dall'articolo 1, comma 10, della legge.
Il comma 1 prevede che le parti, nella dichiarazione costitutiva dell'unione, possano indicare il cognome comune che abbiano stabilito di assumere per l'intera durata dell'unione ai sensi del summenzionato comma 10, lasciando alla parte il cui cognome non sia stato assunto come cognome comune di anteporre o posporre a quest'ultimo il proprio cognome.
Il comma 2 dispone che a seguito di tale dichiarazione i competenti uffici procedano all'annotazione nell'atto di nascita ed all'aggiornamento della scheda anagrafica.
L'articolo 5 (Unione costituita a seguito della rettificazione di sesso di uno dei coniugi) disciplina l'unione civile che, ai sensi dell'articolo 1, comma 27, della legge, si costituisce automaticamente tra i coniugi i quali, a seguito della rettificazione di sesso di uno di loro, abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non farne cessare gli effetti civili.
Il comma 1 prevede che i coniugi che, a seguito della predetta rettificazione di sesso, non intendano sciogliere il matrimonio o farne cessare gli effetti civili, rendano personalmente apposita dichiarazione congiunta all'ufficiale dello stato civile del comune nel quale fu iscritto o trascritto l'atto di matrimonio.
Il comma 2 fa espresso rinvio all'applicazione della procedura per l'eventuale scelta del cognome comune introdotta nell'articolo 4.
Il comma 3 stabilisce che gli atti dell'unione civile siano annotati nell'atto di matrimonio delle parti e nei relativi atti di nascita.
L'articolo 6 (Scioglimento dell’unione civile per accordo tra le parti) disciplina lo scioglimento dell'unione civile per accordo delle parti ai sensi dell'articolo 1, comma 24, della legge.
Il comma 1 stabilisce che per l'accordo di scioglimento è competente l'ufficiale del comune di residenza di una delle parti o del comune presso cui è iscritta o trascritta la dichiarazione costitutiva dell'unione civile. È previsto inoltre che l'accordo sia iscritto nel registro provvisorio delle unioni civili e annotato negli atti di nascita di ciascuna delle parti, a cura dei competenti uffici.
Secondo il comma 2, l'accordo seguito alla convenzione di negoziazione assistita, conclusa ai sensi dell'art. 6 decreto-legge n. 132/2014, viene annotato nel registro provvisorio delle unioni civili, oltre che negli atti di nascita di ciascuna delle parti, a cura dei competenti uffici.
Il comma 3 prevede che, ove lo scioglimento abbia ad oggetto l'unione costituita con le modalità di cui al precedente articolo 5 (per rettificazione di sesso di uno dei coniugi), lo scioglimento sia annotato anche nell'atto di matrimonio delle parti.
Infine, il comma 4 stabilisce che, per l'istituto dello scioglimento previsto dall'articolo 1, comma 24, della legge, si applicano le disposizioni, contenute nello stesso articolo, che individuano l'ufficiale di stato civile competente a ricevere le dichiarazioni e gli adempimenti a cui esso è conseguentemente tenuto.
L'articolo 7 (Documento attestante la costituzione dell’unione) riguarda il documento attestante la costituzione dell'unione, atto "certificativo" dell'unione, disciplinato nell'articolo 1, comma 9, della legge che ne indica anche il contenuto: dati anagrafici delle parti, regime patrimoniale, residenza, dati anagrafici e residenza dei testimoni.
Il comma 2 prevede che, a richiesta dell'interessato, negli atti e nei documenti riportanti l'indicazione dello stato civile, sia indicata la dicitura "unito civilmente" o "unita civilmente". Il rilascio del documento spetta all'ufficiale dello stato civile.
L'articolo 8 (Trascrizioni e nulla osta) disciplina le trascrizioni e il nulla osta all'unione civile presentato dallo straniero.
Il comma 1 stabilisce che sono trascritte negli archivi dello stato civile le unioni civili costituite all'estero secondo la legge italiana davanti al capo dell'ufficio consolare, competente in base alla residenza di una delle due parti.
Il comma 2 prevede che lo straniero che vuole costituire in Italia un'unione civile deve presentare all'ufficiale dello stato civile, nella richiesta di cui all'articolo 1, anche una dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese dalla quale risulti che, giusta le leggi cui è sottoposto, nulla osta all'unione civile.
Con riferimento alla trascrivibilità nel registro provvisorio di cui all'articolo 9 degli atti di matrimonio e di unione civile tra persone dello stesso sesso formati all'estero davanti alle competenti autorità straniere, il comma 3 fissa il principio secondo cui, nelle more dell’adozione dei decreti legislativi di cui all’articolo 1, comma 28, lettera a), della legge, l'autorità consolare trasmetta, ai fini della trascrizione, tali atti secondo quanto già previsto dall'articolo 17 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127).
L'articolo 9 (Registro provvisorio delle unioni civili e formule) riguarda le formule e l'istituzione del registro provvisorio delle unioni civili.
Il comma 1 dispone l’istituzione presso ciascun comune il registro provvisorio delle unioni civili.
Il comma 2 prevede che i fogli che costituiscono il registro siano redatti secondo le apposite formule da approvare con decreto del Ministro dell'interno, ai sensi dell'articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, da adottare entro il termine di cinque giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, di cui allo schema in esame.
L'articolo 10 (Disposizioni finali) al comma 1 stabilisce che le disposizioni del provvedimento si applichino fino all'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nell'articolo 1, comma 28, della legge n. 76 del 2016.
Il comma 2 reca la clausola di invarianza finanziaria.

Considerato:

A) Il fondamento costituzionale del nuovo istituto. La questione dell’”obiezione di coscienza”. La natura transitoria della disciplina recata dal decreto di cui allo schema in oggetto.
4.) Con la legge 11 maggio 2016 n. 76, recante la “Regolamentazione delle unioni civili dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, il Parlamento ha regolato l’unione tra persone dello stesso sesso e ha a tal fine delineato elementi e principi di un nuovo istituto giuridico, appunto l’“unione civile”.
Il Legislatore ha individuato espressamente il fondamento costituzionale della legge (articolo 1, comma 1) nel riconoscimento, ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione, del carattere di “specifica formazione sociale” delle unioni civili di persone omosessuali.
La fonte primaria coerentemente ha disciplinato l’istituto come distinto, anche nei presupposti costituzionali, dal matrimonio, pur applicandosi alla coppia omosessuale molti dei diritti e dei doveri che riguardano i coniugi.
In attesa che, entro la fine del 2016, la decretazione attuativa, “a regime”, della legge n. 76/2016 sia adottata dal Governo, è stata prevista l’emanazione, su iniziativa del Ministro dell’interno, di un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri – sul quale è richiesto il prescritto parere di questo Consiglio – con cui, nella fase attuale di prima applicazione della legge, sono dettate alcune disposizioni attuative con il circoscritto fine di consentire l’immediata operatività dei registri delle unioni civili, onde così corrispondere alle richieste presentate ai Comuni dalle coppie omosessuali per l’applicazione ad esse del nuovo istituto.
L’esame del Consiglio di Stato sul decreto inviato per il parere è volto, com’è evidente, a verificare se le disposizioni della norma primaria siano ben attuate, senza che, ovviamente, il precetto normativo regolamentare possa introdurre materie nuove o diversamente configurate rispetto a quanto la legge stabilisce.
Una seconda questione di carattere generale, che attiene ai doveri di adempimento da parte dei Comuni in ordine alle richieste formulate dalle coppie omosessuali aventi diritto, riguarda la possibilità stessa, evocata di recente da alcuni sindaci, di una “obiezione di coscienza” motivabile con il rifiuto, in base a convinzioni culturali, religiose o morali, di concorrere – appunto, nella qualità di sindaco – a rendere operativo l’istituto della unione civile tra persone dello stesso sesso.
Ritiene il Consiglio di Stato che il rilievo giuridico di una “questione di coscienza” - affinché soggetti pubblici o privati si sottraggano legittimamente ad adempimenti cui per legge sono tenuti - può derivare soltanto dal riconoscimento che di tale questione faccia una norma, sicché detto rilievo, che esime dall’adempimento di un dovere, non può derivare da una “auto-qualificazione” effettuata da chi sia tenuto, in forza di una legge, a un determinato comportamento.
Il primato della “coscienza individuale” rispetto al dovere di osservanza di prescrizioni normative è stato affermato – pur in assenza di riconoscimento con legge – nei casi estremi di rifiuto di ottemperare a leggi manifestamente lesive di principi assoluti e non negoziabili (si pensi alla tragica esperienza delle leggi razziali). In un sistema costituzionale e democratico, tuttavia, è lo stesso ordinamento che deve indicare come e in quali termini la “coscienza individuale” possa consentire di non rispettare un precetto vincolante per legge.
Allorquando il Legislatore ha contemplato (si pensi all’obiezione di coscienza in materia di aborto o di sperimentazione animale) l’apprezzamento della possibilità, caso per caso, di sottrarsi ad un compito cui si è tenuti (ad esempio, l’interruzione anticipata di gravidanza), tale apprezzamento è stato effettuato con previsione generale e astratta, di cui il soggetto “obiettore” chiede l’applicazione.
Nel caso della legge n. 76/2016 una previsione del genere non è stata introdotta; e, anzi, dai lavori parlamentari risulta che un emendamento volto ad introdurre per i sindaci l’”obiezione di coscienza” sulla costituzione di una unione civile è stato respinto dal Parlamento, che ha così fatto constare la sua volontà contraria, non aggirabile in alcun modo nella fase di attuazione della legge.
Del resto, quanto al riferimento alla “coscienza individuale” adombrato per invocare la possibilità di “obiezione”, osserva il Consiglio di Stato che la legge, e correttamente il decreto attuativo oggi in esame, pone gli adempimenti a carico dell’“ufficiale di stato civile”, e cioè di un pubblico ufficiale, che ben può essere diverso dalla persona del sindaco.
In tal modo il Legislatore ha affermato che detti adempimenti, trattandosi di disciplina dello stato civile, costituiscono un dovere civico e, al tempo stesso, ha posto tale dovere a carico di una ampia categoria di soggetti – quella degli ufficiali di stato civile – proprio per tener conto che, tra questi, vi possa essere chi affermi un “impedimento di coscienza”, in modo che altro ufficiale di stato civile possa compiere gli atti stabiliti nell’interesse della coppia richiedente.
Del resto, è prassi ampiamente consolidata già per i matrimoni che le funzioni dell’ufficiale di stato civile possano essere svolte da persona a ciò delegata dal sindaco, ad esempio tra i componenti del consiglio comunale, sicché il problema della “coscienza individuale” del singolo ufficiale di stato civile, ai fini degli adempimenti richiesti dalla legge n. 76/2016, può agevolmente risolversi senza porre in discussione - il che la legge non consentirebbe in alcun caso – il diritto fondamentale e assoluto della coppia omosessuale a costituirsi in unione civile.
5.) Altra questione di carattere generale attiene alla natura transitoria della fonte della disciplina in esame. Al riguardo osserva il Consiglio di Stato che l’adozione di un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri per l’istituzione del registro dello stato civile può giustificarsi soltanto nella prospettiva, che il Legislatore ha considerato, di una immediata applicabilità di un nuovo istituto che tocca materia di estrema sensibilità e di rilevanza anche costituzionale.
In tale quadro, si comprende anche la scelta di rinviare le “apposite formule di rito” ad un decreto ministeriale, anziché inserirle come allegato allo schema di decreto in esame.
Il Governo dovrà con i decreti delegati di cui all’articolo 1, comma 28, della legge adottare scelte definitive e organiche, rivedendo, integrando e, ove necessario, correggendo le previsioni stabilite per la fase transitoria. Seppure, quindi, il futuro decreto disciplinerà – ma soltanto per garantire l’avvio del nuovo istituto dello stato civile – materie che il suddetto articolo 1, comma 28, lettera a), individua come oggetto di una legislazione delegata, nondimeno tale anticipazione in via transitoria si regge su un’autonoma giustificazione anche funzionale e non può pregiudicare l’assetto definitivo delle scelte da definirsi con i decreti delegati.
Dalle superiori considerazioni discende, al contempo, l’esigenza che il Legislatore delegato si adoperi per un tempestivo esercizio della delega contenuta nel comma 28 della legge, dal momento che dalla (scongiurata) mancata adozione di una disciplina a regime non potrebbe scaturire, per le ragioni sopra accennate, l’effetto di una sopravvivenza delle norme recate dal decreto di cui allo schema in esame; dette norme regolamentari infatti, come già precisato, sono, per volontà legislativa, connotate da un’intrinseca e insuperabile provvisorietà che preclude – almeno in assenza di altri eventuali, futuri interventi normativi di rango primario - la stessa concepibilità di una loro ultrattività dopo la data del 5 dicembre 2016 (termine ultimo, fissato dal comma 28 dell’articolo 1 della legge, per l’esercizio della delega). In altri termini, la fonte regolamentare, attualmente idonea in considerazione della sua provvisorietà, non potrebbe considerarsi più tale ove destinata a rimanere, in un prossimo futuro, l’unica disciplina dell’istituto.
B) Il quadro giuridico di riferimento.
6.) Muovendo da tali considerazioni di carattere generale, la Sezione ritiene che, per un corretto vaglio dello schema in oggetto, occorra, nei limiti di quanto rileva per il presente parere, dedicare ulteriori, brevi cenni alla legge 20 maggio 2016, n. 76, in vigore dal 5 giugno 2016.
7.) Dal punto di vista delle politiche normative, con l’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, il Legislatore italiano ha dato risposta alle esigenze di realizzazione esistenziale e relazionale di molti cittadini, consentendo loro di ricondurre a un rapporto giuridicamente regolato dallo Stato il desiderio di vivere liberamente una condizione di coppia (Corte cost., 15 aprile 2010, n. 138) nell’ambito di una comunione di vita, presidiata dal riconoscimento dei connessi, essenziali diritti in materia di regime patrimoniale, di alimenti e di successioni e dei correlati doveri di assistenza reciproca e di solidarietà.
8.) Sul piano più strettamente giuridico, va nuovamente ricordato che la legge, all'articolo 1, comma 28, ha delegato il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) adeguamento alle previsioni della legge delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni;
b) modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l'applicazione della disciplina dell'unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all'estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo;
c) modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.
I decreti legislativi dovranno essere emanati entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge (ovvero entro il 5 dicembre 2016), su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell'interno, il Ministro del lavoro e il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.
C) Lo scopo dello schema di decreto.
9.) Sennonché, nell’evidente consapevolezza dell’esigenza di dare celere attuazione a una così rilevante modifica dell’ordinamento, il Legislatore, come sopra accennato, ha inserito nel corpo dell’articolo 1 anche un comma 34, dal seguente tenore: “Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'interno, da adottare entro trenta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a).”. Tale comma ha acquistato efficacia, per effetto di quanto disposto dal successivo comma 35, il giorno stesso dell’entrata in vigore della legge, cioè dal 5 giugno 2016.
10.) Risulta chiara la ratio della previsione contenuta nel ridetto comma 34. Il decreto, il cui schema è ora sottoposto al vaglio di questo Consiglio, ha la finalità di introdurre - nelle more dell’approvazione e della futura entrata in vigore dei decreti legislativi contemplati dal comma 28 e destinati a disciplinare in modo completo le unioni civili tra persone dello stesso sesso - una normativa, di rango secondario, più circoscritta e di carattere transitorio, necessaria ad assicurare l’immediato adeguamento della disciplina degli archivi dello stato civile alla sopravvenienza normativa della quale si è dato conto. Diversamente, rimarrebbe priva di concreta effettività e di concreta fruibilità l’attuale vigenza del nuovo istituto.
Lo scopo del decreto è, dunque, quello di consentire lo svolgimento del procedimento di costituzione dell'unione e altresì di permettere la certificazione di quest’ultima, affinché i cittadini interessati possano da subito invocare la tutela dei diritti loro riconosciuti ed esser allo stesso tempo chiamati al rispetto dei correlati doveri.
In ogni caso le soluzioni normative contenute nel decreto, stante la descritta temporaneità della disciplina “ponte”, non debbono né possono essere considerate irreversibili, essendo le stesse suscettibili di ripensamento e di miglioramento in occasione dell’attuazione della delega e ciò anche grazie all’esperienza applicativa che seguirà all’entrata in vigore del decreto di cui allo schema in oggetto.
D) L’incompletezza dello schema di decreto. Ragioni e rimedi. Il ruolo dell’interpretazione ministeriale e dell’attività consultiva del Consiglio di Stato.
11.) La prospettiva della transitorietà dell’intervento regolamentare e l’esigenza di una rapida attuazione dell’istituto delle unioni civili, volute dallo stesso Legislatore, giustificano l’incompletezza di molte previsioni dello schema in esame, proiettato verso il fine dell’immediata operatività. Di tale aspetto regolatorio la Sezione deve necessariamente tener conto e condivide del pari, con riferimento all’individuazione del perimetro assegnato al provvedimento dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la scelta di focalizzare le nuove regole esclusivamente sulla disciplina della tenuta degli archivi, come peraltro stabilito, a livello primario, dal Legislatore.
Non ignora tuttavia la Sezione che siffatta incompletezza possa dar luogo a plurimi dubbi applicativi. A tali perplessità potrà, peraltro, porsi rimedio in prima battuta attraverso il ricorso a una attenta, approfondita ed equilibrata attività interpretativa delle Autorità amministrative statali, nonché di questo Consiglio in sede consultiva (ove sollecitato in tal senso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri o dagli altri Ministri interessati); in seconda battuta non può poi escludersi che, là dove non arrivi l’esegesi, il decreto in esame – pur nelle more dell’entrata in vigore dei decreti delegati (ma non oltre tale data) – possa essere modificato e integrato, sempre nel rispetto dell’alveo disciplinare delineato dal Legislatore, come sopra precisato.
E) L’individuazione della fonte di rango secondario.
12.) Nel preambolo del provvedimento è espressamente richiamato l’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400. In tal modo la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha qualificato l’emanando decreto come regolamento ministeriale. La Sezione reputa corretta tale qualificazione, considerato che a) la legge ha espressamente attribuito alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il relativo potere, e b) lo schema di decreto contiene disposizioni innovative dell’ordinamento giuridico e provviste di rilevanza esterna. Sebbene il comma 34 taccia sulla natura del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, non v’è dubbio, tuttavia, che detto decreto debba veicolare un regolamento, atteso che l’oggetto delle sue disposizioni è rappresentato dalla tenuta dei registri dello stato civile. Va difatti ricordato che la disciplina di tali registri, con la quale interferiscono le nuove disposizioni qui scrutinate, è attualmente contenuta nel succitato decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, ossia in un regolamento governativo riconducibile alla previsione di cui al sunnominato articolo 17, comma 2, della legge n. 400/1988. La circostanza non è priva di rilievo, dal momento che eventuali previsioni dello schema di decreto in oggetto, che non trovino una diretta copertura nei richiamati commi 28 e 34 della legge, dovranno essere sottoposte a una verifica di compatibilità con le norme regolamentari del suddetto decreto del Presidente della Repubblica n. 396/2000 e ciò perché l’articolo 17, comma 3, della legge n. 400/1988 stabilisce che i regolamenti ministeriali non possono dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal Governo. Il profilo testé enunciato verrà approfondito infra con riferimento all’esame dell’articolo 9 dello schema di decreto.
F) Il parere del Garante per la protezione dei dati personali.
13.) Non risulta che sullo schema di decreto sia stato acquisito il parere del Garante per la protezione dei dati personali, come invece sarebbe stato necessario a norma dell’articolo 154, comma 4, del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), in base al quale il Presidente del Consiglio dei ministri e ciascun ministro consultano il Garante all'atto della predisposizione delle norme regolamentari e degli atti amministrativi suscettibili di incidere sulle materie disciplinate dal presente codice. Non a caso tale parere fu richiesto in occasione della predisposizione del succitato decreto del Presidente della Repubblica n. 396/2000. Non è controvertibile, invero, che le attività disciplinate dallo schema di decreto implichino il trattamento di dati personali.
Non ritiene tuttavia la Sezione che tale omissione possa comportare alcuna futura illegittimità dell’emanando decreto. A tale conclusione si perviene in forza della considerazione della ricordata urgenza della introduzione di una disciplina transitoria, ben evidenziata dallo stesso Legislatore con la configurazione di un meccanismo di doppio intervento normativo, dapprima con un provvedimento “ponte” da adottare in tempi brevi e successivamente attraverso l’esercizio di una delega legislativa. I previsti, ristretti tempi di adozione del decreto sono infatti incompatibili con le scansioni procedimentali indicate dal comma 5 del sunnominato articolo 154 del Codice sulla privacy né l’articolo 1 della legge prescrive termini più brevi per la richiesta di parere. Deve, pertanto, ritenersi che il decreto, di cui allo schema in esame, possa essere emanato anche in assenza di parere preventivo, potendosi rinvenirsi nel comma 34 della legge una deroga implicita all’obbligo della richiesta del parere in questione. Nondimeno è opinione della Sezione che sia comunque opportuno richiedere il parere del Garante, se del caso, anche successivamente all’entrata in vigore dell’emanando decreto. Delle eventuali criticità segnalate dal Garante la Presidenza del Consiglio dei Ministri potrà tener conto in sede di esercizio della delega di cui al ridetto comma 28, stante la natura anche correttiva di detti decreti.
G) Lo schema del procedimento di costituzione delle unioni civili.
14.) Sotto il profilo strutturale il procedimento di costituzione delle unioni civili, per come delineato nello schema di decreto, si articola nelle seguenti fasi: a) presentazione delle richieste di costituzione dell'unione civile; b) verifiche dell'ufficio; c) dichiarazione costitutiva dell'unione civile; d) registrazione. Alla disciplina di ognuna di queste fasi sono dedicate le previsioni degli articoli del regolamento.
H) L’esame dei singoli articoli.
15.) Sull’articolo 1 dello schema di decreto la Sezione non ha nulla da rilevare, fatta eccezione per la previsione al comma 1 della possibilità di presentare la richiesta, da parte delle persone intenzionate a unirsi civilmente, “all’ufficiale dello stato civile del comune di loro scelta”. Nei termini riferiti il tenore della disposizione legittima gli interessati a indirizzare la richiesta all’ufficiale dello stato civile di qualunque comune italiano. La previsione, così interpretata, non presenta alcun profilo di illegittimità e, anzi, si presenta ragionevole e opportuna e costituisce un coerente sviluppo di quanto disposto dall’articolo 1, comma 2, della legge; essa, tuttavia, richiederebbe di essere meglio precisata con riferimento agli adempimenti gravanti sugli ufficiali dello stato civile (nel caso in cui siano scelti comuni diversi da quelli di residenza di uno o di entrambi i dichiaranti) e posta in coordinamento con il decreto del Presidente della Repubblica n. 396/2000. La Sezione si limita, pertanto, a richiamare l’attenzione sul punto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rimettendo alla stessa Presidenza la scelta regolatoria più opportuna.
16.) Sull’articolo 2 dello schema di decreto la Sezione non ha nulla da rilevare.
17.) Sull’articolo 3 dello schema di decreto si osserva che il comma 6 non è conforme al dettato legislativo nella parte in cui prescrive la presenza di quattro testimoni nell’ipotesi in cui l’ufficiale dello stato civile debba ricevere la dichiarazione costitutiva dell’unione civile nel luogo ove si trovi la persona impedita a recarsi presso la casa comunale per infermità o per altro comprovato impedimento. Sebbene, infatti, si sia inteso in questo modo replicare in sede regolamentare quanto previsto dall’articolo 110 del codice civile, va nondimeno osservato che il numero dei testimoni che devono presenziare alla dichiarazione in questione è espressamente stabilito dal comma 2 dell’articolo 1 della legge; tale comma indica la necessità di soli due testimoni né la legge contiene rinvii al suddetto articolo 110 del codice civile e nemmeno contempla deroghe per casi particolari. La previsione della presenza di quattro testimoni, al ricorrere dell’ipotesi descritta nel comma in esame, si risolve dunque in un aggravamento per le parti (e per le amministrazioni comunali) che non poggia su un solido aggancio normativo e che, soprattutto, non trova un giustificato bilanciamento nell’esigenza di rafforzare la solennità delle dichiarazioni costitutive ricevute dall’ufficiale dello stato civile al di fuori della casa comunale.
18.) Sull’articolo 4 dello schema di decreto la Sezione non ha nulla da rilevare.
19.) Nelle more dell’adozione dei decreti delegati di cui al comma 28 dell’articolo 1 della legge, l’articolo 5 dello schema di decreto, nel dare attuazione al comma 27 del ridetto articolo 1, precisa gli aspetti operativi di una opportuna scelta legislativa di dare risposta ad esigenze di riconoscimento dei rapporti di coppia giuridicamente regolati allorquando uno dei due coniugi decida di cambiare sesso. Correttamente nella relazione si richiama la sentenza della Corte costituzionale 11 giugno 2014, n. 170, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale delle disposizioni processuali in materia di rettificazione di attribuzione di sesso, a norma dell’articolo 31, comma 6, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 "… nella parte in cui non prevede che la sentenza di rettificazione dell'attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili ..., consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore". Sennonché, onde rendere la previsione normativa di rango secondario pienamente allineata al decisum del Giudice delle leggi e anche nella prospettiva di un’interpretazione costituzionalmente orientata del dato positivo di rango primario, la Sezione suggerisce una riformulazione del comma 1 dell’articolo 5 nei seguenti termini: “I coniugi che, a seguito della rettificazione di sesso di uno di loro, intendano avvalersi di quanto disposto dall’articolo 1, comma 27, della legge, rendono personalmente apposita dichiarazione congiunta all’ufficiale dello stato civile del comune nel quale fu iscritto o trascritto l’atto di matrimonio.”.
20.) L’articolo 6 disciplina, come riferito, i casi di scioglimento dell’unione civile per accordo delle parti. La Sezione, al riguardo, osserva che la disposizione si presenta legittimata da una necessità logica, ancor prima che giuridica, discendente dalla considerazione che, anche nel breve arco temporale occorrente per l’adozione dei decreti delegati, potrebbero costituirsi e sciogliersi unioni civili; sicché sussiste l’esigenza - non foss’altro per l’esistenza della causa impeditiva di cui all’articolo 1, comma 4, della legge – di registrare anche gli scioglimenti delle unioni civili. Al contempo la Sezione non può non osservare che l’articolo in esame reca una previsione che rivela una intrinseca proiezione di durata e che si pone al limite della compatibilità con la natura transitoria della fonte regolamentare; ciò in ragione della previsione, nei commi 1 e 2, del richiamo di istituti, non strettamente riconducibili all’ambito dell’intervento normativo secondario perimetrato dal comma 34, se non per l’appunto in considerazione delle esigenze di una garanzia dell’immediata operatività delle unioni civili. La Sezione, nel valutare positivamente la disposizione, deve nondimeno tornare a ribadire l’importanza, tanto più in relazione ad articoli come quello in esame, di un tempestivo esercizio della delega.
21.) Sull’articolo 7 dello schema di decreto la Sezione non ha nulla da rilevare.
22.) In ordine all’articolo 8 dello schema di decreto va osservato che il comma 1, che impone la trascrivibilità negli archivi dello stato civile delle unioni civili costituite all’estero, consente di superare l’indirizzo giurisprudenziale contrario a tale possibilità, formatosi in epoca anteriore all’entrata in vigore della legge n. 76/2016 (tra le altre pronunce si ricordano Corte di cassazione, sez. I, 15 marzo 2012, n. 4184 e Cons. Stato, sez. III, n. 4899 del 26 ottobre 2015).
La relazione ministeriale afferma poi che il comma 2 dell’articolo 8 è stato redatto sul modello dell'articolo 116, comma primo, del codice civile e che la disposizione – in attesa della riforma in parte qua del sistema italiano di diritto internazionale privato affidata ai decreti delegati di cui al più volte richiamato comma 28 dell’articolo 1 della legge – è ispirata al principio di non discriminazione degli stranieri e dei loro partner. L’affermazione è sicuramente condivisibile a condizione che la dichiarazione, resa dall’autorità competente dello Stato di appartenenza, di nulla osta all’unione civile, che lo straniero deve presentare all’ufficiale dello stato civile qualora intenda costituire in Italia un'unione civile, non venga interpretata nel senso di includere nelle “leggi cui è sottoposto” lo straniero medesimo anche quelle eventuali disposizioni dell’ordinamento dello Stato di appartenenza che vietino le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Difatti il diritto di costituire un’unione civile tra persone dello stesso sesso, in forza dell’entrata in vigore della legge, è divenuta una norma di ordine pubblico e, dunque, prevale, secondo l’articolo 16 della legge 31 maggio 1995, n. 218 sulle eventuali differenti previsioni di ordinamenti stranieri.
In ogni caso il comma 2 non travalica i limiti oggettivi fissati dal comma 34 dell’articolo 1 della legge, dal momento che esso reca una previsione meramente amministrativa che non modifica le regole vigenti in materia di diritto internazionale privato, regole la cui modifica - al fine del necessario adattamento delle stesse al nuovo istituto delle unioni civili – è riservata, come ricordato, ai decreti delegati, a norma della lettera b) del comma 28 dell’articolo 1 della legge.
Sarebbe, infine, opportuno un adeguamento della regola dettata dal comma 2 al caso degli apolidi.
Condivisibile e legittima è anche la previsione, contenuta nel comma 3, della trasmissione all’autorità consolare, ai fini della trascrizione nel registro provvisorio delle unioni civili, degli atti di matrimonio o di unione civile tra persone dello stesso sesso, onde soddisfare l'interesse pubblico ad acquisire nei registri italiani i suddetti atti di stato civile contratti all'estero e ciò anche allo scopo di rendere certo, di fronte alla legge italiana, lo stato civile delle persone interessate. Anche in questo caso non si tratta di un intervento modificativo delle norme di conflitto contenute nella citata legge n. 218/1995, ma dell’introduzione di un mero adempimento amministrativo, con finalità di rilevazione e di certificazione, allo scopo di accrescere la certezza del diritto sugli status personali. Si intende, ovviamente, come sembra doversi dedurre dal senso complessivo della previsione, che la trasmissione debba essere riferita agli atti di matrimoni o di unioni civili, formati all’estero, tra persone dello stesso sesso di cui almeno una sia cittadina italiana o comunque abbia un altro stabile collegamento amministrativo con la Repubblica Italiana.
23.) Presenta due specifiche criticità, segnalate anche nella relazione ministeriale, l’articolo 9 della legge. Come sopra riferito, il comma 1 dispone l’istituzione presso ciascun comune del registro provvisorio dello stato civile e che i fogli costituenti il registro siano redatti secondo le formule da approvare con decreto del Ministro dell'interno, ai sensi dell'articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica n. 396/2000, adottato entro il termine di cinque giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, di cui allo schema in esame.
La prima criticità concerne la stessa istituzione del registro delle unioni civili, espressamente definito “provvisorio” (atteso che la disciplina definitiva sarà dettata, in futuro, dai decreti delegati). Al riguardo nella relazione si osserva che gli attuali quattro registri dello stato civile (nascita, matrimonio, cittadinanza, morte) sono previsti da norme di rango primario (id est, il regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238) e che, tuttavia, manca, nella legge, una disposizione espressa istitutiva del registro delle unioni civili (ancorché prevista nell'originario disegno di legge). La Presidenza del Consiglio dei Ministri osserva, però, che l’istituzione del registro risulta comunque coerente con la delegificazione dell'ordinamento dello stato civile avviata dalla legge 15 maggio 1997, n. 127.
La Sezione reputa che l’istituzione di un registro, sia pur provvisorio, delle unioni civili costituisca, sul piano amministrativo, un adempimento indispensabile per consentire l’operatività della riforma. Sennonché non è convincente il mero richiamo alla delegificazione realizzata con la legge n. 127/1997 quale argomento idoneo a giustificare l’istituzione di un nuovo registro dello stato civile. La delegificazione attuata con il già ricordato decreto n. 396/2000 fu invero resa possibile dall’esistenza di una previsione normativa recata dall’articolo 2, comma 12, della legge n. 127/1997.
La rilevata debolezza dell’argomento spiegato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a sostegno della previsione del comma 1 dell’articolo 9 non conduce però alla conclusione dell’illegittimità del comma in parola. La Sezione ritiene infatti che tale istituzione trovi copertura normativa, sebbene implicita, in una fonte di rango primario, rappresentata dal comma 3 dell’articolo 1 della legge, là dove si stabilisce che l’ufficiale dello stato civile “provvede alla registrazione degli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso nell’archivio dello stato civile”. Orbene la Sezione ritiene che non si compia alcuna forzatura dell’esegesi legislativa nell’interpretare il riferimento all’obbligo di registrazione (che si tratti di un obbligo è circostanza resa palese dall’uso del verbo “provvedere” all’indicativo presente), gravante sull’ufficiale dello stato civile, come un’implicita istituzione di un registro dello stato civile da parte della stessa previsione ora richiamata. Premesso infatti che ogni ermeneutica normativa deve primariamente rispondere a un criterio di ragionevolezza, è del tutto evidente che, diversamente opinando, risulterebbe impossibile per gli ufficiali dello stato civile prestare osservanza al dato positivo o, quanto meno, sarebbe impossibile l’adempimento fino all’entrata in vigore dei decreti delegati (che un registro delle unioni civili dovrebbero istituire). Un’interpretazione del genere però sarebbe in frontale contrasto con la illustrata ratio che sorregge il comma 34 dell’articolo 1 della legge, mirante, come già chiarito, a realizzare l’obiettivo di una subitanea operatività del nuovo istituto.
La seconda criticità dell’articolo 9 concerne la previsione dettata dal comma 2. Sul punto, nella relazione, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha osservato che, ai sensi dell’articolo 12 del decreto n. 396/2000, gli atti dello stato civile sono redatti secondo le formule stabilite con decreto del Ministro dell’interno e che, anche nel caso dello schema di decreto in esame, non si è inteso derogare a questa previsione, sebbene, per intuibili ragioni di completezza e contestualità del processo attuativo della legge nella fase transitoria e al fine di consentire il più rapido avvio delle attività degli uffici dello stato civile, si sia fissato per l’adozione del decreto ministeriale in questione un termine breve di cinque giorni decorrente dall'entrata in vigore dell’emanando decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nella stessa relazione, però, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha dato atto che, allo scopo di consentire con urgenza l'esercizio dei diritti fondamentali derivanti dalla legge n. 76/2016, si potrebbe addivenire, sulla base del disposto del comma 34 della medesima legge, alla diversa soluzione, sostenuta dai Ministeri della giustizia e degli affari esteri, della adozione contestuale delle formule provvisorie per la redazione degli atti di stato civile nello stesso schema di decreto in oggetto.
In via preliminare la Sezione rileva che pure l’individuazione delle formule è un adempimento essenziale per la costituzione effettiva del registro provvisorio delle unioni civili.
Per quanto concerne le due soluzioni prospettate, la Sezione reputa che quella suggerita dai Ministeri della giustizia e degli affari esteri presenti l’indubbio vantaggio di consentire la costituzione del registro contemporaneamente all’entrata in vigore del futuro decreto di cui allo schema in esame.
L’alternativa patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri dà invece luogo a un pur breve differimento della effettiva istituzione del registro, posto che il termine di cinque giorni per l’adozione del decreto del Ministero dell’interno decorrerà dalla scadenza del termine di quindici giorni della vacatio legis. Invero, l’entrata in vigore del decreto si avrà soltanto dopo il decorso di quindici giorni dalla pubblicazione del regolamento sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (sul punto, v. anche infra, sub §. 24). Nonostante ciò è indubbio che tale soluzione sia quella legittima, dovendosi rispettare le regole dettate dal regolamento governativo di cui all’articolo 12 del succitato decreto n. 396/2000.
Ovviamente l’esigenza di un urgente avvio operativo del nuovo istituto impegna la responsabilità del Ministero dell’interno alla rigorosa osservanza del termine di cinque giorni per l’adozione del decreto in parola, quantunque detto termine abbia obiettivamente natura ordinatoria. Risponderebbe, anzi, a criteri di correntezza amministrativa e di buona amministrazione, la soluzione di elaborare il decreto del Ministro dell’interno durante il periodo della vacatio in modo da renderlo efficace in coincidenza con l’entrata in vigore del decreto di cui allo schema in esame.
Sul versante redazionale va, infine, osservato che la parola “fogli” deve essere sostituita dalla parola “atti”, in conformità d’altronde a quanto previsto dal richiamato articolo 12 del decreto n. 396/2000.
24.) La Sezione non ha rilievi da formulare in ordine all’articolo 10 dello schema di decreto e si limita a prendere atto che, nonostante l’urgenza del provvedimento, si è mantenuto, come sopra osservato, l’ordinario termine della vacatio legis. Si ritiene, pertanto, che tale lasso temporale sia stato opportunamente mantenuto al fine di predisporre tutti gli adempimenti necessari al migliore avvio della nuova disciplina.
Con riferimento, infine, all’interpretazione applicativa del comma 1 va necessariamente ribadito quanto sopra osservato sub §. 5, in merito all’impossibilità giuridica di una sopravvivenza delle norme dettate dal decreto, di cui allo schema, nel caso di un mancato esercizio della delega di cui al comma 28 dell’articolo 1 della legge.
I) Le attività amministrative successive all’entrata in vigore del decreto.
25.) Così esaurito l’esame giuridico dello schema di decreto, la Sezione non può astenersi dal considerare che il successo di qualunque intervento normativo non dipende esclusivamente dalla qualità della regolazione, ma in parte ben più rilevante dall’attento monitoraggio sulla sua attuazione concreta. In altre parole qualunque riforma legislativa postula una indispensabile, successiva, accurata attività amministrativa di valutazione dell’impatto della regolazione.
Calati nel caso di specie, i precedenti rilievi conducono la Sezione a raccomandare alle Autorità centrali, preposte all’implementazione amministrativa delle norme del decreto di cui allo schema in esame, di assicurare - accanto ad iniziative di carattere informativo rivolte agli operatori - un controllo, di natura collaborativa, sulla corretta osservanza della nuova disciplina, mediante una continua vigilanza sull’esercizio delle funzioni di stato civile assegnate ai comuni e agli uffici della rete diplomatica e consolare (in tal senso è il condivisibile tenore della Sezione 1, lettera D, della relazione AIR), soprattutto nella fase di prima applicazione del futuro decreto, durante la quale potrebbero più facilmente manifestarsi incertezze applicative.

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22-07-2016 11:37
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famiglia1Si è aperto oggi al Senato il voto sul ddl Cirinà – Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze – e, lungi dal voler entrare nel dibattito che sta catalizzando l’attenzione nazionale, mi piacerebbe evidenziare alcuni aspetti del testo in discussione che, mi sembra, stiano passando troppo sotto silenzio. Ho riscontrato, mio malgrado, che ben pochi (anche tra chi ne parla come se fosse materia sua) conoscono le norme ivi previste, all’infuori del celeberrimo art.5.
Andando con ordine, il ddl Cirinà interviene su una materia – quella delle unioni civili – in cui da troppo tempo si aspettava un’iniziativa del legislatore; necessità di regolamentazione fattasi ancora più impellente a seguito della nota sentenza della Suprema Corte n. 8097/2015 (a suo tempo pubblicata su questo sito).
Invero, il ddl Cirinà (atto Senato n. 2081) è diviso in due parti: una prima, nota ai più, sulle unioni civili (artt. 1-10) e una seconda, che sta passando sotto silenzio, sulle “convivenze di fatto” (artt. 11-22) siano esse tra persone omo o eterosessuali.
Proprio su questa seconda parte mi sorgono alcune riflessioni che vorrei condividere e che spero stimolino una discussione onesta e costruttiva.
Analizzando gli articoli attenzionati, pare che il legislatore si sia limitato a positivizzare orientamenti ormai entrati nel patrimonio comune a seguito del cristallizzarsi degli orientamenti pretori con, però, due rilevanti novità: la previsione di un obbligo di mantenimento o alimentare (art. 15) e la disciplina del contratto di convivenza (art. 19).
Se, in generale, si guarda con favore la tipicizzazione del “contratto di convivenza”, momento di sintesi del grande dibattito perpetuato – soprattutto in ambito notarile – su tale accordo negoziale, più di una critica potrebbe (e, a mio giudizio, dovrebbe) muoversi all’art. 15.
È notizia di poche ore fa che l’Assemblea dei Senatori ha rigettato tutte le questioni pregiudiziali di costituzionalità (tra le quali anche quella riguardante il suddetto art. 15) e dunque mi chiedo: davvero i Senatori (gran parte dei quali – credo – giuristi) ritengono costituzionale tale norma?
Pur riconoscendo la nobile intenzione di tutelare il convivente in caso di cessazione del rapporto, possibile che la coppia sia assoggettata agli obblighi del rapporto matrimoniale pur avendo liberamente scelto di non contrarre tale impegno?
A me pare fin troppo ovvio che se due persone maggiorenni, mature, scelgono di vivere il loro rapporto in modo del tutto libero, ben sapendo che potrebbero condurre la loro storia di coppia sotto il regime matrimoniale, ma, quindi, consapevolmente evitandolo, non gli si possa poi imporre il medesimo trattamento sostanziale.
Tale scelta mi appare ancora più irragionevole pensando che tale norma è contenuta nel testo di legge che già provvede a disciplinare le c.d. “unioni civili”. Se, quindi, finalmente si offre una regolamentazione anche di tale fenomeno (tralasciando il merito di tale regolamentazione) perché si interviene anche sulle convivenze di fatto quando ormai tutti – secondo la ratio del ddl – hanno la possibilità di scegliere se stabilizzare la loro unione (matrimonio o unione civile che sia) o lasciarla ad uno stato magmatico come è la convivenza di fatto?
Ipotizzo qualche spiegazione … la paura del “diverso” o, forse più concretamente, la paura del principio di autoresponsabilità.
Ad una lettura complessiva del ddl pare, infatti, che il “diverso” ci terrorizzi. Forse per questo si riconduce tutto sotto il regime matrimoniale. È molto rassicurante ricondurre ogni tipo di unione sotto quello schema che tutti conosciamo fin troppo bene e che sappiamo funzionare in ogni caso; più difficile sarebbe – per tutti – introdurre nuovi schemi. Più difficile per il Legislatore, che tali schemi dovrebbe pensarli e tradurli in norme, più difficile per i consociati, che dovrebbero scegliere quale schema – ognuno con i suoi pro e contro - volere applicare alla loro relazione, più difficile per i giudici che dovrebbero applicare norme prima sconosciute e che fanno paura per i loro risvolti pratici. Risvolti che la magistratura ha sempre cercato di mitigare quando si presentavano in evidente contrasto con un innato sentimento di giustizia sostanziale.
Oggi però, contestualizzando il tutto, pare anche che il Legislatore cerchi di evitare qualsiasi applicazione del noto principio di autoresponsabilità. Ogni individuo è artefice del proprio destino soprattutto in base alle scelte che compie. Così, se si sceglie di non far riconoscere la propria relazione come un’unione stabile, un soggetto sa che non potrà accedere a tutta una serie di doveri, ma anche di diritti (per lui e per il proprio partner) e tuttavia, per scelte personalissime, accetta tale condizione e non intende cambiarla. Perché allora imporgli un diverso regime, che il soggetto conosce e palesemente non vuole tanto da fare quanto sia legalmente possibile per evitarlo? Ed anche un Partner che subisca tale scelta, davvero merita un intervento “riparatore” dello Stato  e non piuttosto l’applicazione di un regime che egli comunque accetta, dal momento che è sempre libero – non condividendo la scelta di vita del partner – di trovarsi un nuovo compagno di vita con cui condivida anche il modello di coppia?
Se ci pensiamo bene, queste domande sono avvinte dalla stessa ratio che traspare da altri temi di bruciante attualità: è giusto che un dirigente di banca – che giustamente guadagna quando le cose vanno bene – non deve rispondere direttamente, a ciascun singolo danneggiato, se la sua condotta produce perdite devastanti? Perché un investitore, che quando guadagna non divide gli utili con la comunità, se perde l’investimento può essere risarcito con soldi pubblici? Perché diciamo che i bambini (nati tramite maternità surrogata) che crescono con un solo genitore devono essere adottati da un altro soggetto per colmare un vuoto che invece è stato volontariamente creato?
In tutti questi esempi, mi pare di vedere dei soggetti chiaramente responsabili che però vogliono, chiedono e sembrano ottenere, di essere sollevati dalle loro responsabilità.
Concludendo, pare che non solo le unioni civili, ma anche la semplice convivenza sia divenendo totalmente parificata al matrimonio; con buona pace del principio di uguaglianza, dell’art. 29 e del principio di libera determinazione della propria vita e di responsabilità per le proprie scelte.
Mi sia permesso, infine, un ultimo stimolo per la riflessione del lettore che abbia avuto la benevolenza e la curiosità di arrivare fino in fondo.
Il ddl in commento appare sicuramente, almeno quanto all’oggetto su cui interviene, come una riforma attesa e sperata da tutti, vista la portata innovativa per il sistema. Inoltre, il vivace dibattito che ne è scaturito, anche dai toni forti, mi sembra inverare quello scambio/scontro di opinioni che è la base di un vero sistema democratico. Mi chiedo, però, cosa sarebbe successo se tale ddl fosse stato discusso da una prossima legislatura regolata dalle nuove norme elettorali-costituzionali.
In particolare mi chiedo: senza un Senato legislatore e con una Camera ove i numeri per il partito di maggioranza non mancheranno sicuramente, si sarebbe aperto il dibattito cui stiamo assistendo? O meglio, il dibattito avrebbe avuto qualche reale possibilità di incidere sul testo in discussione? In un Paese come il nostro (perchè, onestamente, sappiamo che non esiste un sistema valido ed efficace in generale per tutti i paesi) possiamo accontentarci di una sola camera eletta con un sistema fortemente maggioritario e, quindi, senza che si crei quella dialettica costruttiva che ha fatto partorire ai nostri Padri la Carta "più bella del mondo"?

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03-02-2016 02:39
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sinodo 2 412x260Non è stata una semplice commemorazione dei cinquant’anni del Sinodo quella svoltasi nell’Aula Paolo VI. Con il suo intervento nel mezzo di questo Sinodo, seguendo la via della sinodalità come dimensione costitutiva della compagine ecclesiale, papa Francesco ha portato tutti a ri-contemplare le fondamenta, il cuore del mistero stesso della Chiesa e della sua missione nel mondo. E quindi quei dinamismi che la rendono imparagonabile a ogni organizzazione umana. Che cos’è una Chiesa in ascolto? Qual è l’importanza delle Chiese locali, il ruolo dei vescovi e quello del Papa?

Anzitutto Francesco ha voluto ribadire il significato della sinodalità. Perché, come ha sottolineato, «quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è contenuto tutto in questo camminare insieme, laici, pastori, vescovo di Roma». Il Sinodo, «preziosa eredità del Concilio» e ripreso dal Vaticano II, altro non è che l’espressione della sinodalità della Chiesa antica.

La collegialità e la sinodalità rimandano infatti alla natura apostolica propria della Chiesa. E solamente nella cornice di questa natura si comprende il senso e la prospettiva ecclesiale indicati dal Papa. Dunque non è una scelta personalistica e discrezionale, un optional o un escamotage organizzativo, ma è il dinamismo proprio che lo Spirito Santo infonde alla Chiesa di Cristo e attraverso cui la guida fin dal principio.

Una sinodalità che riguarda e coinvolge in primis l’intero popolo di Dio, la moltitudine dei battezzati, i quali pertanto non possono essere considerati una mera massa a cui impartire istruzioni. Riprendendo la «Lumen gentium» papa Francesco sottolinea quanto già aveva espresso nell’«Evangelii gaudium» sul popolo di Dio che è santo «in ragione di questa unzione che lo rende infallibile "in credendo"». Il "sensus fidei", dice Francesco, impedisce perciò «di separare rigidamente tra "Ecclesia docens" ed "Ecclesia discens", giacché anche il gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». Il cammino sinodale inizia pertanto ascoltando il popolo di Dio, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo».

Così il Sinodo dei vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. E così una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire perché è un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo "Spirito della verità" per conoscere ciò che Egli dice oggi alle Chiese».

Nel seno della Chiesa e dentro il santo popolo di Dio i vescovi fanno parte come pastori, ossia come servitori e testimoni. Attraverso la sinodalità si comprende quindi anche lo stesso ministero gerarchico. «Se capiamo che, come dice san Giovanni Crisostomo, Chiesa e Sinodo sono sinonimi, capiamo pure che nella Chiesa è necessario che qualcuno "si abbassi" per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino». 

La loro unica autorità è il servizio. I vescovi perciò non sono dei rappresentanti come i deputati in Parlamento. «La fede non può essere rappresentata ma solo testimoniata», come ha pure ricordato il cardinale di Vienna Schoenborn nel suo intervento, che è da leggere in parallelo con questo di Francesco. E, in un simile orizzonte, lo stesso successore di Pietro altri non è che il "servus servorum Dei", custode del deposito della fede, chiamato a pronunciarsi come «pastore e dottore di tutti i cristiani», non a partire dalle sue personali convinzioni, ma come supremo testimone della "fides totius Ecclesiae" e garante dell’unità. Così il fatto che il Sinodo agisca sempre «non solo cum Petro, ma anche sub Petro, non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dellunità».

Questo è l’orizzonte di autentica conversione pastorale e missionaria entro cui considerare anche il Sinodo attuale. Non il frutto di un’ingegneria istituzionale, ma l’essere docili davanti all’operare di Colui che è «artefice al medesimo tempo della pluralità e dell’unità, lo Spirito Santo». Solo così si condivide la stessa esperienza che gli apostoli vissero a Gerusalemme al loro primo Concilio.

 

Fonte: Stefania Falasca (Avvenire)

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19-10-2015 10:47
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Il bello e il brutto della televisione italiana secondo il Moige, che oggi ha assegnato alla Camera dei Deputati i Premi Tv per i prodotti televisivi adatti a tutta la famiglia. Durante l'evento è stata presentata l'ottava edizione della guida 'Un anno di Zapping', curata dalla giornalista e critica tv Marida Caterini, che contiene 300 schede di programmi e spot trasmessi dalle emittenti satellitari e del digitale terrestre, in onda nella fascia protetta (7:00-22:30). L'associazione ha anche dato vita a un dibattito sui messaggi che entrano nelle case degli italiani attraverso il piccolo schermo, al quale hanno partecipato Maria Rita Munizzi, presidente nazionale del Moige - Movimento Italiano Genitori Onlus, Elisabetta Scala, vicepresidente e responsabile dell'Osservatorio Media del Moige, Elisa Manna, responsabile Politiche culturali Fondazione Censis e Rosetta Enza Blundo, vicepresidente della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. Nella stagione tv 2014-2015 accanto ai 22 programmi e 6 spot che si sono distinti per «aver offerto buone potenzialità educative conciliando con gli obiettivi di share la qualità, la necessità di intrattenimento, toni e i contenuti adatti», hanno convissuto 17 prodotti decisamente trash «irrispettosi dell'intelligenza, del buon gusto e della sensibilità degli spettatori e soprattutto dei minori». Rai1 si è distinta in positivo per il successo delle sue fiction e anche per la qualità dell'intrattenimento «sempre rivolto all'informazione e alla cultura».

moige 01La rete ammiraglia di viale Mazzini ha ottenuto 4 premi su 5 per la categoria 'Fiction, Serie tv e Soap opera', con l'unica eccezione della quarta stagione di 'Downtown Abbey' su Retequattro, premiata perché capace di rappresentare «un'epoca e una famiglia inglese alle prese con i cambiamenti radicali di inizio Novecento». Rai1 ha vinto invece i premi per 'Con il sole negli occhi' e 'L'angelo di Sarajevo', accanto a 'Che Dio ci aiuti 3' e 'Qualunque cosa succeda - Giorgio Ambrosoli'. Per l'intrattenimento, i riconoscimenti del Moige sono andati a 'Uno Mattina' e 'I Dieci Comandamenti' di Roberto Benigni, accanto a 'Omnibus' di La7 e 'Domus Aurea - Il sogno di Nerone' di Sky Arte HD. Ancora Viale Mazzini, ma stavolta Rai3 premiata per il docu-rality 'Sconosciuti - La nostra personale ricerca della felicità', e 'Sfide'. Sul versante musicale si è distinto 'Unici', il programma d'approfondimento in onda su Rai 2. Anche grazie alla concomitanza dell'Expo, in questa stagione hanno ripreso quota nell'intrattenimento televisivo le trasmissioni di viaggi, tradizioni e alimentazione. Caposaldo del genere 'Melaverde' (Canale 5), affiancato da 'Week End' (Marcopolo), accanto a cooking show pensati per tutta la famiglia, come 'Bake Off Italia - Dolci in forno' (Real Time) 'Mamma che torta!' (La5), 'Ricette a colori' (Rai Gulp). Premiata anche 'La classe' (Tv2000).


Sotto la lente di ingrandimento del Moige sono finiti anche quest'anno diversi spot, che hanno saputo coniugare le finalità commerciali a rappresentazioni positive dell'ambiente familiare. Premiati gli spot di 'Enel Energia - Una vita efficiente', 'Buono che c'è in noi' (Grana Padano), 'Isomar', 'Mazda - Mazda per la sicurezza in strada: non accecare gli altri', 'Parmareggio - La fabbrica del grattugiato' e 'Zurich Assicurazioni - La miglior protezione sempre vicino a voi'. Per quanto riguarda la 'Tv per bambini e ragazzi', è stata riconosciuta l'assoluta validità dei prodotti di Rai Gulp, come accaduto per 'Le straordinarie avventure di Jules Verne', 'Ricette a colori' e 'Versus - Generazione di campioni'. Anche Rai YoYo ha ottenuto un riconoscimento grazie a 'Le storie di Gipo' e 'X Makers', mentre il Premio Tv Moige alla carriera' è andato a Ettore Bernabei, per il suo impegno concreto da giornalista, dirigente e produttore verso una produzione e programmazione tv family friendly. Anche quest'anno, all'interno del volume 'Un anno di zapping', sono stati recensiti programmi e spot che propongono modelli e immagini diseducativi, meritevoli dunque del 'bidoncino del trash'. Italia 1 ha ospitato ben 4 trasmissioni decisamente negative, come '2 broke girls', 'About love', 'Adam Kadmon - Rivelazioni' e 'X Love'; seguono appaiate Canale 5, con 'L'Isola dei Famosi', 'Pomeriggio Cinque', 'Uomini e donne' e Mtv, che ha trasmesso 'Diario di una nerd superstar 4', 'Faking it - Più che amiche' e 'Catfish - False identità'. Altri prodotti trash sono: 'Alta infedeltà' e 'Nudi a prima vista', in onda su Real Time, 'Announo' (LA7), 'Il banco dei pugni' (DMAX), 'Il contadino cerca moglie' su Fox Life e infine il cartone animato 'SheZow', proposto da Frisbee. Tra gli spot, bocciato lo sgrassatore 'KH-7'

 

 

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17-06-2015 23:47
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divorziobreveDopo oltre 40 anni l'Italia mette in atto una svolta sul divorzio. Si accorciano i tempi per chi vorrà porre fine al proprio matrimonio. L'Italia, grazie al voto alla Camera nel quale si è registrato un forte consenso (398 sì, 28 no e 6 astenuti) ha il suo divorzio breve. Il che significa che non saranno più necessari 3 anni per dirsi addio, come previsto dalla riforma della legge Fortuna-Baslini, ma solo 6 mesi, se la separazione è consensuale, e al massimo un anno se si decide di ricorrere al giudice. "Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #voltabuona", scrive il premier Matteo Renzi in un tweet. Soddisfazione per i due relatori del ddl, Luca D'Alessandro (Fi) e Alessia Morani (Pd) ("politica dei fatti, non delle parole"). Le perplessità non sono mancate. C'è chi, come qualche esponente della Lega, ha chiamato in causa l'assenza di tutela dei figli, chi, come qualche deputato di Ap, Fi e Fdi, il pericolo che i tempi brevi possano intaccare la stabilità della famiglia. La legge approvata dalla Camera contiene numerose novità. I tempi, innanzitutto. Fino a oggi lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio poteva essere chiesto da uno dei coniugi non prima di tre anni di separazione. Con il divorzio breve il termine scende a 12 mesi per la separazione giudiziale e a 6 mesi per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Novità, poi, sulla comunione dei beni che si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale; prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. Infine c'è l'applicazione immediata: il divorzio breve sarà operativo anche per i procedimenti in corso. Non è stato affatto facile arrivare a questo punto. E pensare che nel 1800 il Codice di Napoleone già consentiva di sciogliere i matrimoni civili, (ma serviva il consenso dei genitori e dei nonni). Ma con l'Italia unita, il divorzio rimase un tabù: Nel 1902 non fu approvata una direttiva del governo Zanardelli che prevedeva il divorzio solo in caso di adulterio, lesioni al coniuge, condanne gravi. Bisogna così arrivare alla seconda metà degli anni Sessanta per l'avvio della battaglia in nome del divorzio: con il progetto di legge del socialista Loris Fortuna, le manifestazioni dei radicali, la Lega italiana per l'istituzione del divorzio. Écosì si arriva alla svolta, al dicembre 1970 quando radicali, socialisti, comunisti, liberali e repubblicani approvarono la legge; contrari la Dc e il Msi. Ma anche allora la strada fu tortuosa. L'Italia cattolica, antidivorzista, chiese il referendum: il 12 maggio 1974, l'87,7% degli italiani andò al voto per scegliere se abrogare o meno la legge Fortuna-Baslini; grazie a quasi il 60% dei no, restò in vigore. Arriva, poi, la prima forma di divorzio breve, con la riforma nel 1987 e con i tempi del divorzio che passano dai 5 ai 3 anni. Oggi l'ulteriore grande passo, in attesa del divorzio immediato, stralciato dal Ddl, e del riconoscimento degli altri diritti civili che l'Italia ancora aspetta.

Fonte: Ansa

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23-04-2015 06:48
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sinodoA nsaGiusto ieri, un padre sinodale ha sottolineato un’analogia tra «l’impegno che il Sinodo deve fare sulla pastorale familiare» e il tema della libertà religiosa al Concilio Vaticano II, per sottolineare che in quell’assise si riuscì infine a coniugare libertà e verità. «Prima del Concilio infatti si diceva: “Bisogna difendere la verità! Piace o non piace, questo è”. Ma nel Concilio si è detto: “Certo, c’è la verità ma c’è anche la libertà religiosa, e chi crede nella sua religione è libero di farlo”.

Per qualcuno questo era impossibile. Il Concilio però ha trovato una nuova strada». «In questo modo anche il Sinodo potrà trovare un nuovo approccio sulla famiglia, anche se nessuno vuole mettere in questione l’indissolubiltà del matrimonio e l’ideale di coniugi fedeli» ha fatto osservare il teologo argentino Victor Manuel Fernandez, vice-presidente della commissione che scriverà il messaggio finale del sinodo, riportando proprio quell’analogia.

Ed è un’osservazione da sottolineare non solo perché emerge come risultato di un dibattito reale, ma anche perché è indice dello stato attuale del dibattito tra i padri sinodali in questa prima fase di sviluppo. Oggi l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente delPontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, partecipante all’assemblea sinodale, in un’intervista rilasciata ad Andrea Tornielli significativamente ha fatto notare: «Mi domando perché delle persone divorziate risposate che frequentano la comunità non debbano avere l'opportunità di insegnare in una scuola cattolica o in una università le normali scienze e materie.

Perché a un divorziato risposato non deve essere permesso di cantare in chiesa? Queste forme di esclusione urtano e non fanno poi capire quando la Chiesa dice che vuole accogliere». «Come può dare quindi il segno dell’accoglienza una Chiesa, che è chiamata a camminare, accompagnando gli uomini e le donne di oggi, senza escludere nessuno, rimanendo nell'insegnamento di Gesù?»

Questa quindi è la vera sfida. «Tutti abbiamo chiara consapevolezza dei princìpi fondamentali, ma dobbiamo essere capaci di trovare dei linguaggi, delle forme, delle espressioni e dei comportamenti che siano più possibile segno di vicinanza della Chiesa e non di esclusione. Questo dunque è il criterio fondamentale non per cambiare ma per creare il progresso, per non alterare, ma per evidenziare lo sviluppo della dottrina» spiega il prelato, citando ad hoc un principio di San Vincenzo di Lerins il quale afferma che il progresso, lo sviluppo non significa alterazione dei contenuti della fede. Ed è proprio questo brano dell’autore del V secolo uno deimustdi Bergoglio. Già in un’intervista rilasciatami nel 2007 sul documento di Aparecida, affermava: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la tradizione che, nel trasmettere la fede un’epoca all’altra, ildepositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo:Ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate». Così aveva sottolineato l’allora arcivescovo di Buenos Aires.

In sostanza, dunque, fin dall’inizio del dibattito all’interno del Sinodo sono emerse, sì, due linee di pensiero, ma via via si sta sempre più facendo strada anche una direzione che intende dare risposte nuove e concrete in merito alle situazioni difficili delle realtà familiari, affrontando il nodo della comunione ai divorziati risposati. La stragrande maggioranza dei padri (circa il 90 per cento) non sono solo del parere che si debba aggiornare il linguaggio della Chiesa e rinnovare l’atteggiamento di comprensione e di coinvolgimento nelle ferite delle famiglie.

Proprio ieri pomeriggio, infatti, affrontando e discutendo in aula i punti caldi del Sinodo, l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, facendosi interprete di una larga parte di padri sinodali, ha affermato: «Non si è fatto un Sinodo per ripetere le stesse cose, per ripetere le verità della dottrina che già sappiamo, ma per cercare una possibile soluzione e rispondere in modo nuovo alle attese del popolo di Dio». Dunque la porta aperta su una via da percorrere nel tempo si delinea con chiarezza e nella chiarezza.

Stefania Falasca, giornalista di Avvenire

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09-10-2014 13:59
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papa nonni«”Tu sei la mia sveglia” disse il ragazzo. “La mia sveglia è l’età” disse il vecchio». Il vecchio Santiago e il ragazzo Manolin ne Il vecchio e il mare di Hemingway hanno bisogno l’uno dell’altro. Come fossero un’unica cosa, i loro desideri e le loro speranze s’intrecciano. Il vecchio Santiago e il ragazzo che non vuole andare per mare senza il suo navigato maestro, sono archetipi di quel filo sottile e profondo che lega memoria e futuro, generazioni distanti in unica vita. Testimoni inconsapevoli di quel vincolo che tenace solca il tempo, attraversa ogni cultura e fedi religiose e sopravvive tenero e testardo in barba alle crisi familiari, sociali e a ogni odierna «cultura dello scarto». È il filo nascosto che resiste ancora a questa devastante «dittatura dello scarto» che produce «avanzi della convivenza sociale» e implacabile riduce a pezzi la vita, costringendo a lasciare in piedi solo smemorati utili, produttivi funzionali al dio del mercato globale, come fanno le guerre.
Esempi, tuttavia, di quel legame generazionale positivo continuano ad affiorare, come di recente è successo con un noto calciatore della Roma, che ha attirato l’attenzione di tutti quando, dopo il gol, è salito di corsa sugli spalti della tribuna per abbracciare sua nonna. Ma un altro spiazzante esempio ci era già calato addosso dalla Cattedra di Pietro, quando nel primo discorso ai cardinali, il neoeletto Papa Francesco non esitò a citare la sua, di nonna. E più tardi la nominò nuovamente facendo comprendere come essa abbia lasciato in lui «una forte impronta umana e spirituale».

Lo fece attraverso il ricordo di alcuni versi di Hölderlin scritti dal poeta tedesco in occasione del compleanno della sua avola: «Una lirica che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente» ha affermato Francesco. Leggendola si capisce come, in una stretta consonanza di pensiero con il poeta, questa riguardi l’universo Bergoglio non solo nel rimando autobiografico: «E la casa dove un tempo crescevo con le tue benedizioni/ Dove, nutrito di amore, più svelto maturava il fanciullo/ Ah, quante volte ho pensato al piacere che avresti avuto/ Quando mi vedevo operare lontano nell’ampio mondo/… il mio petto lottando si è procurato molte ferite, ma voi me le curate/ Voglio imparare pia e tranquilla è la vecchiaia. Da te voglio venire, benedici ancora una volta il nipote/ Che l’uomo mantenga ciò che il fanciullo promise». «Mi ha colpito – ha spiegato ancora il Papa, in altra occasione – anche perché ho molto amato mia nonna Rosa, e lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l’amico della terra che non ha considerato straniero nessuno».

È dentro queste coordinate profondamente umane e spirituali dove s’intreccia osservanza e profezia che si può leggere l’incontro di domani con i quarantamila anziani provenienti da venti Paesi diversi voluto da Francesco come viatico al Sinodo sulla famiglia. Nonni accompagnati da nipoti e tra di loro anche anziani in fuga dal Kurdistan iracheno per comunicare nella reciprocità «quel patrimonio di umanità e di fede che è essenziale per ogni società». Non una sorta di lectio magistralis sul De Senectute di ciceroniana memoria né la stucchevole retorica sulla vecchiaia. Piuttosto un monito a quanti hanno svenduto la tarda età all’avidità e all’impazienza. Già nel viaggio in Brasile il Papa aveva affermato: «Che il Signore ci doni di invecchiare con saggezza, con sapienza, di invecchiare con dignità per poterla trasmettere agli altri e, anche, di non credere che la storia finisca con noi, perché non è neanche cominciata con noi: la storia continua… Che il Signore ci doni anche un pochino di umiltà, per poter essere anello della catena della vita, della storia del mondo, per scommettere sul futuro desiderando la cosa migliore per i nipoti”.
Per il Papa la tarda età è semplicemente quanto anche il puro pensiero classico ci ha trasmesso (l’età degna di essere vissuta delle lettere di Seneca a Lucilio) e l’ha espresso in un lapidario aforisma: «La vecchiaia è la sede della sapienza della vita». Anche nel recente viaggio in Albania ha voluto sottolineare come «gli anziani siano coinvolti nell’edificazione di un futuro che ha bisogno della loro saggezza». In opposizione alla pratica sociale indotta dal mercato di estraniare i vecchi dal proprio tempo e la tentazione senile del cupio dissolvi, ovvero il desiderio malsano del proprio disfacimento. E come ne Il tempo ritrovato, che conclude laRecherche, di Proust le parole di Bergoglio ci riportano così all’incipit.

“È stupido non sperare. E credo sia anche peccato”, pensa alla fine l’anziano eroe hemingueiano de Il vecchio e il mare. Ma solo, nel suo letto, il vecchio si era lasciato andare, stremato. Il ragazzo accanto lo riprende: «L’uomo non è fatto per la sconfitta» e taglia corto: «Guarda… devi metterti a posto in fretta, perché ho ancora molto da imparare per navigare, e tu puoi insegnarmi tutto». Il vecchio Santiago del racconto di Hemingway era caduto in quel lagnarsi addosso della propria vecchiaia, in quel mugugno senile cui a pochi riesce di sfuggire. Forse per un attimo non ne sarà stato immune neanche il Papa, o almeno, non ne è stato prima di diventarlo. Un mese prima della sua partenza da Buenos Aires per il conclave lo sentii al telefono. Alla domanda: «Come va, padre?» la voce d’oltreoceano rispose: «Come un vecchione». Ma il tempo che tiene in tasca le sorprese di Dio non ha avuto, e non ha – e tutt’oggi si vede – nessuna intenzione di dargli ragione. Un post-it per tutti quei vecchioni che si reputano tali. E domani avranno il ben servito.

Stefania Falasca, giornalista di Avvenire

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27-09-2014 12:53
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camera-dei-deputati3Addio obbligo del cognome paterno per i figli: arriva la libertà di scelta. L’Aula della Camera ha approvato la proposta di legge che abolisce l’obbligo del cognome paterno per i figli, lasciando sul tema libertà di scelta ai genitori. Il testo, approvato a voto segreto a Montecitorio con 239 sì, 92 no e 69 astenuti (il gruppo M5S), ora passa al Senato. Hanno votato contro Lega, Fdi, Per l’Italia e Ncd; Dorina Bianchi del Nuovo centrodestra ha votato a favore in dissenso dal suo gruppo. Forza Italia ha dato ai suoi libertà di voto. La proposta di legge adegua il nostro ordinamento alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio scorso.

Con la nuova legge, alla nascita il figlio potrà avere il cognome del padre o della madre o i due cognomi, secondo quanto decidono insieme i genitori. Se però non vi è accordo, il figlio avrà il cognome di entrambi in ordine alfabetico. Stessa regola per i figli nati fuori del matrimonio e riconosciuti dai due genitori. Ma in caso di riconoscimento tardivo da parte di un genitore, il cognome si aggiunge solo se vi è il consenso dell’altro genitore e dello stesso minore se quattordicenne.
Le nuove norme non saranno immediatamente operative. L’applicazione è infatti subordinata all’entrata in vigore del regolamento (il governo dovrà adottarlo al massimo entro un anno) che deve adeguare l’ordinamento dello stato civile. Nell’attesa del regolamento, sarà però possibile (se entrambi i genitori acconsentono) aggiungere il cognome materno.

Il principio della libertà di scelta, con qualche aggiustamento, vale anche per i figli adottati. Il cognome (uno soltanto) da anteporre a quello originario è deciso concordemente dai coniugi, ma se manca l’accordo si segue l’ordine alfabetico. Quanto alla trasmissibilità del cognome, chi ha due cognomi può trasmetterne al figlio soltanto uno, a sua scelta. Il maggiorenne che ha il solo cognome paterno o materno, con una semplice dichiarazione all’ufficiale di stato civile, può aggiungere il cognome dell’altro genitore. Se però nato fuori del matrimonio, non può prendere il cognome del genitore che non l’ha riconosciuto.

«È un altro passo in avanti verso la parità dei sessi e la piena responsabilità genitoriale». Così Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera, commenta il via libera al testo sulla libera scelta nell’attribuzione del cognome ai figli. «Il figlio – spiega – ora potrà avere o il cognome paterno o quello materno o entrambi, secondo quando decidono insieme i due genitori. Ma se l’accordo non c’è, il figlio avrà il cognome di tutti e due i genitori in ordine alfabetico. L’obbligo del cognome paterno è simbolo di un retaggio patriarcale fuori del tempo e assurdamente discriminatorio, come tale severamente censurato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il testo, che auspico il Senato saprà esaminare in tempi celeri, ci pone finalmente in linea con gli altri paesi europei».
Spera nell’affossamento al Senato Stefania Prestigiacomo, che scrive su twitter: «#doppiocognome figli che devono scegliere quale cognome trasmettere, quello di mamma o di papà. Orrore. #Senatoaffossala» e poi: «#doppiocognome ordine alfabetico in caso di disaccordo tra i genitori. Incredibile!

Fonte: Corriere della Sera

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25-09-2014 13:21
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adozione gayIl Tribunale per i Minorenni di Roma ha riconosciuto l'adozione di una bimba di cinque anni a una coppia lesbica. La bimba è figlia biologica di una sola delle due conviventi che stanno insieme da dieci anni. Si tratta del primo caso in Italia di "stepchild adoption". Lo rende noto Maria Antonia Pili, legale con sede a Pordenone e presidente di Aiaf Friuli. "Le due mamme - ha spiegato l'avvocato Pili - hanno dapprima intrapreso e portato a termine un percorso di procreazione eterologa all'estero e, dopo la nascita della bambina, hanno stabilmente proseguito nel progetto di maternità condividendo con ottimi risultati compiti educativi e assistenziali, nonché offrendo alla minore una solida base affettiva".

La legge sull'adozione –Il ricorso è stato accolto sulla base dell'articolo 44 della legge sull'adozione del 4 maggio 1983, n. 184, come modificata dalla legge 149 del 2001, il quale contempla l'adozione in casi particolari. "Ovvero nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l'adulto, in questo caso genitore 'sociale' - ha dichiarato l'avvocato Pili - quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell'ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall'orientamento sessuale dei genitori.

L'avvocato: situazione già di fatto consolidata –La norma in questione infatti – ha aggiunto la legale – non contiene alcuna discriminazione fra coppie conviventi siano esse eterosessuali o omosessuali". Secondo Pili, dunque, il Tribunale per i Minorenni di Roma "ha correttamente interpretato la norma di apertura" già contenuta nella Legge sull'adozione. "Non si è trattato dunque - ha precisato la legale - come ben argomenta sul punto la sentenza, di concedere un diritto ex novo, ovvero di creare una situazione prima inesistente, ma di garantire nell'interesse di una minore la copertura giuridica a una situazione di fatto già consolidata, riconoscendo così diritti e tutela a quei cambiamenti sociali e di costume che il legislatore ancora fatica a considerare, nonostante - ha concluso - le sempre più diffuse e pressanti rivendicazioni dei moltissimi soggetti interessati".

 

Fonte:  SkyTg24

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29-08-2014 16:51
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pedofilia facebookAberrante finzione per l’adescamento. «Ciao, sono anch’io una bambina, ti piace andare al mare? No, perché anch’io ho delle fotine di quando andavo al mare…». E, a quel punto, il suadente invito a scambiarle. E forse, magari, anche ad incontrarsi. È con messaggi molto semplici - come fa notare Antonio Scialdone, il commissario capo della polizia postale - che il pedofilo di turno cercava di convincere altri bambini, anche di età inferiore ai 10 anni, a rompere gli indugi e a palesarsi.

Da una parte i piccoli, dall’altra giovani di 19-20 anni, uomini maturi, alcuni anziani, con più di 60 anni. Chi studente, chi professionista, chi militare, anche operai, perfino disoccupati. Ma i minorenni «si sono resi conto loro stessi - testimonia Tommaso Palumbo, direttore del Compartimento della polizia postale del Veneto - di avere a che fare con un falso e perciò hanno interrotto loro stessi la comunicazione». I contatti sono avvenuti attraverso i social network, stando almeno ai primi accertamenti, ma siccome esiste ancora parecchio materiale da indagare, gli inquirenti non escludono che ci possano essere stati anche degli incontri. Stiamo parlando dell’indagine, coordinata dalla procura della repubblica di Venezia, specificatamente dal pm lagunare Massimo Michelozzi, che grazie alla Polizia postale ha permesso di scoprire decine di pedofili in giro per il mondo, tra loro in rete grazie a falsi profili su internet con i quali loro stessi si spacciavano per bambini, «riconoscendosi» e scambiandosi materiale poi rivelatosi compromettente. Ad individuare l’amplissimo giro è stato il Compartimento Polizia postale e delle Comunicazioni di Venezia, con il coordinamento del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia on-line (Cncpo) presso il Servizio Polizia postale e delle comunicazioni di Roma. Il tutto a partire dagli approfondimenti intorno ad un anziano pedofilo fermato ancora l’anno scorso.
Soltanto in Italia sono state eseguite 26 perquisizioni: in Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana. Ammontano a parecchie centinaia i gigabyte scandagliati dagli investigatori, che si sono imbattuti in migliaia di foto e di video. È scattata anche una richiesta di custodia cautelare in carcere, nei confronti appunto della «vecchia conoscenza». Ben 26 i soggetti stranieri individuati e deferiti alle autorità di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Polonia, Messico, Argentina, Russia, Spagna, Repubblica Ceca.

Le indagini hanno avuto inizio con la perquisizione effettuata nel 2013 dagli uomini della Polizia negli ambienti frequentati dal veneziano: nel corso dell’analisi delle caselle di posta elettronica - ben 75 quelle oggetto di indagine - sono emerse decine di contatti con utenti della rete recanti nickname riconducibili a bambini e bambine. Per Palumbo e Scialdone è davvero «allarmante» la realtà emersa dalla corrispondenza del primo indagato: questi frequentava diversi social network dove si spacciava per una bambina alla ricerca di foto di altri piccoli. Nel corso della ricerca la polizia si è imbattuta in decine e decine di ’’fake’’ (ovvero di utenti del web che si nascondono dietro ad una falsa identità digitale) che si fingevano loro stessi dei bambini. Nasceva, in questo modo, una scellerata "amicizia" nella quale i pedofili, sotto mentite spoglie, si scambiavano materiale pedopornografico. In qualche caso, addirittura, i due pedofili si palesavano gettando via la maschera e continuavano il loro scambio di materiale illecito. La rete di ’’fake’’ è stata disarticolata e dall’analisi del materiale sequestrato sarà possibile sviluppare ulteriori piste investigative. Tra gli indagati c’è anche un pensionato di Sestu di 64 anni individuato dalla polizia di Cagliari.

Fonte: Avvenire

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12-07-2014 09:51
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